DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Uno spettro si aggira per l’Europa ed è un senso di smarrimento e paura.  Tra disfattismo e populismi, l’Unione Europea si trova sulla soglia di una svolta epocale e diverse sono le forze centrifughe che la attraversano in direzioni trasversali, si avverte ovunque un panico generalizzato e l’incapacità di rallentare e mettere a fuoco.

Ci sono date che hanno segnato un cambio di rotta traumatico nella storia occidentale, una di queste è la caduta del muro di Berlino, poi negli ultimi anni si è definitivamente affermata la percezione della fine di un ciclo storico.  Anni appunto, che hanno visto la più grande crisi migratoria che il continente abbia affrontato a partire dal secondo dopoguerra. La conferma dell’ascesa dei populismi, una battuta d’arresto del riformismo progressista in Italia (referendum costituzionale) e dell’europeismo in Gran Bretagna (Brexit), ma soprattutto  l’affermazione dell’autoritarismo protezionista alla Casa Bianca.

Dopo la crisi del 2008 l’UE ha visto accelerare brutalmente gli effetti della depressione economica, diffondersi  psicosi razziste persistenti, e alimentare le fobie del nichilismo. Accordi di Schengen sospesi o ristretti quasi ovunque e intere capitali militarizzate, con polizia e telecamere che controllano lo spazio pubblico e le coscienze, come la Los Angeles di «Città di quarzo» di Mike Davis.

Los Angeles città simbolo della globalizzazione, passata dalla militarizzazione degli edifici, alla creazione di barriere tra quartieri e spazi popolati da differenti strati sociali, fino alla trasformazione di lussuose ville in autentiche fortezze. La frammentazione dello spazio pubblico appare perfettamente funzionale allo stile di vita della classe medio alta, che rimodella anche le categorie simboliche del vivere sociale, dove il castello dei bianchi è diventato un luogo  blindato, ossessionato dalla sicurezza.

Una sorta insomma di medievalizzazione del territorio urbano, perché i caratteri totalitari del controllo sociale si sono ormai fusi con tendenze neo-medioevali di verticalizzazione del potere, nella feudalità sociale della rifrangente allucinazione del quarzo.

Tutto previsto del resto da Zygmunt Bauman, nel suo Liquid Fear, che aveva descritto i tempi della  globalizzazione, in cui la sicurezza interna degli Stati è sempre più percepita come «incolumità individuale», assicurata soltanto dalla «cultura del controllo», fornita di guardie private e di un proliferare di telecamere ovunque.

Quale Europa è uscita dal crollo del muro dunque? Quali margini di libertà rimangono aperti prima che collassi in una condizione definitiva di schiavitù?

Anche nella Germania del primo dopoguerra, sulle ceneri dell’impero, si diffuse miseria e frustrazione, in seguito alle clausole del Trattato di Versailles.  Nacque allora un forte desiderio di rivincita e rinascita, che si espresse nella straordinaria e tragica stagione della Repubblica di Weimar.

Nel febbraio 1919, nella città della Turingia, in pochi giorni si formò il primo governo guidato da Philipp Scheidemann, mentre a Berlino e nella Baviera in particolare la situazione restava molto tesa. La Repubblica di Weimar sopravviverà solo quindici anni, fino all’avvento di Adolf Hitler nel 1933 . Un mese dopo andava a fuoco il Reichstag e poi venivano bruciati i libri di scrittori, artisti e intellettuali che avevano inondato il mondo di opere universali.

Il filosofo Ernst Bloch descrisse quel periodo come una nuova «Età di Pericle». Fra le opere famose dell’ampio fermento culturale, denominato «cultura di Weimar», le caricature politiche di Otto Dix, John Heartfield e George Grosz, il movimento artistico della Neue Sachlichkeit, film come Metropolis di Fritz Lang, il movimento architettonico del Bauhaus, il funzionalismo di Ernst May e Bruno Taut e il cabaret decadente documentato da Christopher Isherwood. In campo musicale emergeva la musica atonale e moderna di Alban Berg, Arnold Schoenberg e Kurt Weill.

«L’Europa oggi è una gigantesca Weimar», dice Alex Foti, creatore di EuroMayDay «Le tre forze che hanno costruito l’Europa, cristianodemocratici, socialdemocratici e liberal, le stesse che furono al governo tra il 1919 e il 1933 in Germania, sono in difficoltà, sull’onda di trumpismo e putinismo. E l’Euro, quasi l’equivalente del ritorno al gold standard fra le due guerre, impone una politica deflazionista che favorisce precarizzazione e disoccupazione di massa».

Numerose affinità dunque con quel periodo. Già nel 1914, all’inizio della guerra, la Germania sospese la convertibilità aurea del marco, per finanziare la guerra, e in aggiunta all’emissione di obbligazioni di guerra, incominciò a stampare soldi. Però a partire dal 1919 dovette imbarcarsi tutte le spese di guerra, quindi cominciò a ristampare moneta finché il debito non fosse stato estinto, provocando però una iperinflazione selvaggia, terminata solo nel 1924, quando il governo smise di stampare.

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Dal 1930 al 1932 operò l’ultimo cancelliere, Heinrich Brüning, che cercò di ridurre il peso del debito attraverso una politica deflattiva basata sull’aumento del tasso di sconto, forti riduzioni delle spese dello stato, aumento dei dazi doganali, riduzione dei salari e dei sussidi di disoccupazione. Politiche che esasperarono la popolazione, molto simili a quelle imposte dalla Commissione Europea oggi.

Poi, intervenne Hjalmar Schacht, ministro dell’economia della Germania nazista 1935-37, che utilizzò come leva la stampa mascherata di denaro, emettendo i MEFO, obbligazioni utilizzabili solo in Germania che valevano come il denaro, senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione,  un banchiere che aveva conosciuto J.P. Morgan e Theodore Roosevelt.

«Il discorso sull’Euro a sinistra rischia di divenire stucchevole e inutile quanto quello sull’alleanza con il Pd» dice Marsili, sociologo, filosofo, animatore del movimento Diem25 «Uscire dall’euro non ci farà uscire dal neoliberismo. Il fondamentalismo di mercato dilaga a livello nazionale quanto e più che nelle istituzioni di Bruxelles. Prendiamo la Brexit, ad esempio», spiega. «Non si tratta di difendere l’Unione Europea a spada tratta o di salvarla a ogni costo. Anzi, andrà approntato un piano di azione nel caso di una sua possibile disintegrazione.

Si tratta invece di capire che il problema è più grande di una moneta. Che il problema non è uno spazio geografico o un confine. Basti pensare come sia proprio negli Stati Uniti – paese con piena sovranità monetaria se mai ce ne fu uno – che si è sviluppato lo slogan del 99% e in cui tutto ciò che rimproveriamo all’Unione è amplificato: un mercato finanziario ancora più rapace e diseguaglianze ancora più marcate, una classe politica ancora più succube delle grandi lobby e una democrazia così rotta da aver creato le condizioni per la vittoria di Donald Trump».

Anche la catastrofe della seconda guerra mondiale lasciò le coscienze degli europei plagiate da ideologie messianiche e pervase da forti tensioni politiche. Poi l’avvento della società dello spettacolo (Guy Debord) e dell’età postmoderna, che promuoveva i non luoghi spersonalizzati della contemporaneità, frantumando definitivamente il rapporto tra realtà e iperrealtà e creando simulacri perfettamente verosimili e universalmente idolatrati (Jean Baudrillard).

Boom economico, dollarizzazione dell’economia indotta dal Piano Marshall, capitalismo produttivo e welfare state concepirono una nuova razza di politica manageriale, perfettamente  incarnata dai democristiani italiani e tedeschi.

Ma l’aspetto messianico, legato soprattutto alle ideologie di sinistra, espressione dell’universalismo comunista e dell’ecumenismo cattolico, è tornato prepotente con la costruzione dell’Eurozona. Secondo il celebre giurista Joseph H.H.Weiler, che insegna alla New York University, questo messianismo politico è stato addirittura uno dei grandi pilastri su cui si è fondata l’Unione Europea: è l’idea di un’integrazione come «terra promessa che ci attende alla fine della strada», un «destino da raggiungere».

L’Occidente è intriso di messianismo teologico, fin dagli albori della sua storia, quale espressione di uno storicismo che prevede l’instaurarsi di un mondo nuovo di pace, benessere e giustizia, attraverso l’intervento del Messia divino. Dal Messia biblico al Cristianesimo poi, che distingue nettamente le figure del Cristo e del Regno, dai progetti politici degli Zeloti dell’epoca.

La cultura occidentale contemporanea, ad un primo sguardo secolarizzata, non sembra dunque aver sciolto completamente i legami con il messianismo, sia giudaico/cristiano che politico, ideologia polifonica e inesauribile,  attraversata da una forte tensione tra presente e futuro. Probabilmente proprio per questo nel corso dei secoli, ma sopratutto nel ’900, i suoi sviluppi sono stati imprevedibili, e hanno provocato eccidi di ogni genere.

Illuminanti le affermazioni di Marx quando denunciava l’avidità degli ebrei del suo tempo, che avevano foderato di sacralità il denaro, quel dio che derivava unicamente dalla proprietà fondiaria, dalla terra e dalla religione ad essa legata  (K.Marx, La questione ebraica).

Per questo il «sacro» diventa un usurpatore invisibile della lucidità razionale dell’età moderna, da sempre braccio armato del potere ed «instrumentum regni», viene celebrato oggi dalla tensione messianica della costruzione europea, che glorifica quotidianamente il monoteismo del mercato e della moneta. Ormai i riti liturgici del postmoderno non si officiano più nei luoghi del culto storico, ma nei non-luoghi del mercato e del commercio, nuovi templi del potere, dove le regole sono quelle della sopraffazione e dello sfruttamento.

Rosanna Spadini

Fonte: www.comedonchisciotte.org

1.04.2017