Il raid americano in Siria e la minaccia di un analogo intervento in Nord Corea hanno riacceso i timori di un conflitto mondiale esteso a Russia e Cina. È un argomento non nuovo, che abbiamo già trattato evidenziando le condizioni critiche dell’economia occidentale e la più generale crisi del sistema internazionale post-1945, dove l’egemonia angloamericana appare sempre più in affanno. Tocca ora completare l’analisi, soffermandosi sull’emergere di nuove realtà geopolitiche capaci di spodestare l’impero atlantico. L’intesa tra Russia e Cina ed il cementarsi di un blocco euroasiatico è il peggior incubo possibile per gli strateghi delle potenze marittime, tanto di spingerli ad una “guerra preventiva” finché esiste una possibilità di vittoria.

Il blocco continentale euroasiatico: il peggior incubo della potenze marittime

È ormai assodato che Donald Trump sia stato “normalizzato” dopo neppure 100 giorni alla Casa Bianca e che abbia iniziato ad agire come qualsiasi altro alfiere dell’oligarchia atlantica: il suo voltafaccia non solo lascia l’amaro in bocca, tradendo le molte speranze “rivoluzionarie” che erano state riposte in lui, ma desta anche forti timori, alimentati dalle sue ultime mosse in politica estera e dalla prospettiva di nuovi imprevedibili interventi militari. Come abbiamo più volte evidenziato negli ultimi anni, il panorama internazionale è infatti attraversato da gravi e profonde tensioni e l’idea di un presidente americano “isolazionista”, che focalizzasse cioè la sua attenzione sull’economia americana anziché sulla politica estera, era la migliore garanzia per il mantenimento della pace. La conversione di Trump alla solita politica imperiale statunitense contribuisce invece alla sensazione che le nubi nere addensatesi negli ultimi tempi possano esplodere da un momento all’altro, scatenando una tempesta internazionale di epiche proporzioni.

L’interrogativo che molti si pongono dopo il raid in Siria del 7 aprile, e la minaccia di un intervento analogo in Nord Corea, è se Washington stia o meno per avventurarsi in un’impresa militare che, coinvolgendo potenze del calibro di Russia e Cina, avrebbe buone probabilità di degenerare in un conflitto regionale e/o in una nuova guerra mondiale. Constatata l’incapacità degli Stati Uniti di auto-rigenerarsi e la completa sudditanza di qualsiasi inquilino della Casa Bianca alla volontà dell’oligarchia atlantica, ci sono oggettivamente poche ragioni per essere ottimisti: le premesse per un conflitto di proporzioni globali sono chiare e visibili ed è difficile soltanto stabilire quando (una settimana, un mese, un anno, tre anni?) potrebbe scoccare quella scintilla destinata ad incendiare le polveri sinora accumulate. Data la natura degli attori coinvolti (Stati Uniti, NATO, Russia, Cina) e l’estensione delle operazioni all’intero globo terracqueo, il conflitto si configurerebbe come la classica “guerra d’egemonia”, utile a ridisegnare la gerarchia delle potenze: chi comanda e chi obbedisce, chi riscuote e chi paga, chi scrive le regole e chi le osserva.

Come scrivemmo nel nostro articolo “Perché il sistema internazionale si dirige verso la guerra”, pubblicato alla vigilia delle elezioni presidenziali per sensibilizzare i lettori sui rischi che un’elezione di Hillary Clinton avrebbe comportato (gli stessi poi materializzatisi con Donald Trump!), l’attuale configurazione del sistema internazionale è di per sé allarmante: l’erosione della base economica degli Stati Uniti, l’emergere di nuovi potenze, il divario economico-tecnologico sempre più ridotto, hanno creato un forte disequilibrio, interpretato come una grave minaccia da Washington e Londra e come un’imperdibile occasione per i concorrenti. Significativo era un passaggio tratto da “Guerra e mutamento nella politica internazionale” di Robert Gilpin:

“Lo squilibrio nel sistema internazionale è dovuto alla crescente mancanza di corrispondenza tra governo del sistema e redistribuzione del potere all’interno dello stesso. Benché la gerarchia del prestigio, la distribuzione del territorio, le regole del sistema e la divisione internazionale del lavoro continuino a favorire la potenza o le potenze tradizionalmente dominanti, la base di potere se cui si basa il dominio del sistema si è erosa in seguito a livelli differenziati di crescita e di sviluppo tra Stati. Queste differenze tra le parti che compongono il sistema internazionale rappresentano delle sfide per gli Stati dominanti e delle opportunità per quelli emergenti”.

Secondo Gilpin è possibile in linea di principio che la potenza egemonica, constata l’erosione della sua forza, abdichi volontariamente in favore dello sfidante emergente, rinunciando così ad ingaggiare una lotta mortale: era il motivo per cui allora tifavamo per il Trump “neo-isolazionista”, il candidato che avrebbe dovuto ritirare gli Stati Uniti dalla NATO e le truppe americane dall’Estremo Oriente, lo stesso presidente che si è rimangiato l’intero programma elettorale dopo nemmeno tre mesi alla Casa Bianca (“In passato ho detto che la Nato è obsoleta. Ecco, devo dire che la Nato non è più obsoleta”, ha detto Trump il 13 aprile incontrano il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg1). Lo stesso Gilpin ammette però che un simile evento non si è mai verificato: normalmente, “un persistente squilibrio comporta tensioni, incertezze e crisi nel sistema internazionale. Questa situazione di stallo, però, non dura di solito a lungo”.

La situazione di stallo, sempre più precaria, sfocia in un conflitto destinato a ridisegnare i rapporti di forza tra gli Stati, quello che Gilpin chiama “guerra d’egemonia” ed altri autori definiscono come “guerra costituente”.

“La guerra per l’egemonia è dunque il banco di prova definitivo del cambiamento nelle posizioni relative di potere nel sistema esistente. (…) La vittoria o la sconfitta ristabiliscono senza ambiguità la gerarchia di prestigio consona alla nuova distribuzione di potere nel sistema. (…) Per questo motivo le guerre d’egemonia sono conflitti illimitati; sono contemporaneamente guerre politiche, economiche e ideologiche per significato e conseguenze. Sono dirette alla distruzione del sistema politico o economico avversato e sono di solito seguite da una trasformazione religiosa, politica o sociale della società sconfitta. (…) Come ci ha insegnato Tucidide, la posta in gioco nella grande guerra tra Sparta Atene era l’egemonia sulla Grecia e non le questioni di importanza più limitata che erano oggetto di disputa tra i due Stati.”

I presupposti di questo genere di conflitti, noti al grande pubblico come “guerre mondiali” dopo le esperienze del 1914 e del 1939, sono tre:

  1. L’intensificazione dei conflitti è una conseguenza del restringersi dello spazio e delle opportunità economiche;
  2. c’è la percezione che si sta verificando un mutamento storico decisivo ed una o più potenze sono convinte che il tempo stia lavorando contro di loro, rendendo opportuno iniziare una guerra preventiva finché si dispone di una certa superiorità;
  3. il corso degli eventi comincia a sfuggire dal controllo umano.

Sono tutte condizioni, purtroppo, oggi esaudite: protezionismo montante, recessione economica, frizioni territoriali in Medio Oriente, percezione ormai comune di una grande svolta imminente, eventi sempre più imprevedibili e potenzialmente esplosivi (vedi il raid in Siria di Donald Trump).

A quest’analisi “macroscopica”, condotta cioè a livello di sistema internazionale, ne avevamo aggiunta una serie di carattere economico-finanziario (“La deflazione che apre le porte di Giano”, “Il magma che ribolle sotto i tassi a zero”, “La Siria, la Russia e l’elefante nella stanza: la bolla di Wall Street”) facilmente constestualizzabili in quanto abbiamo sinora detto: se la potenza egemone, gli Stati Uniti d’America, si dirige verso una grave crisi finanziaria, economica e sociale, la tentazione di sferrare un attacco preventivo contro gli sfidanti sarà ancora maggiore, perché difficilmente si avranno a disposizione in futuro le risorse per conservare il primato internazionale. Gli Stati Uniti, con un indebitamento pubblico a livello di guardia, una bolla azionaria senza precedenti ed un’economia reale che non è mai uscita dalle secche della Grande Recessione, sono in questa precisa condizione: quasi dieci anni di politica monetaria ultra-espansiva hanno inoltre svuotato l’arsenale della FED in vista della prossima crisi economica e nessuno sa se il dollaro riuscirà ancora a mantenere il suo status di riserva mondiale.

Supponiamo però che la potenza egemone vada incontro ad una grave crisi economica e sociale ed all’orizzonte non si profili nessuno sfidante: il sistema internazionale semplicemente si aggiustererebbe su livelli inferiori (minori standard di vita, imbarbarimento sociale, decadenza culturale, etc. etc.) senza sfociare in una guerra costituente. Attualmente, gli sfidanti all’egemonia mondiale però ci sono e sono ben visibili: anzi, si può dire che la loro stessa natura contribuisca ed esasperare la potenza egemone declinante, rendendo così sempre più concreto il rischio di un conflitto generalizzato.

È quindi giunto il momento di completare il nostro ciclo di articoli sulle prospettive di una nuova guerra mondiale, analizzando da vicino gli sfidanti: Russia, Cina ed Iran, tre potenze continentali che, intessendo crescenti relazioni economiche, politiche e militari (poco importa se con scopi di difesa, più che di offesa), hanno esponenzialmente aumentato in questi anni i rischi di una guerra mondiale.

La stella polare degli strateghi angloamericani, concepita già nel corso del Settecento dagli inglesi e poi ereditata dagli statunitensi dopo il 1945, è infatti sempre stata quella di evitare che sul continente euroasiatico nascesse un’alleanza di potenze, od una singola potenza, sufficientemente grande da neutralizzare le manovre di accerchiamento (politico, militare ed economico), condotte dalle potenze marittime contro le potenze di terra. Il “divide et impera”, noto anche come “balance of power”, è lo strumento adottato dagli inglesi sin dai tempi delle lotte sul continente contro Luigi XIV e le guerre per procura, combattute da altri nell’interesse delle potenze marittime, ne sono il corollario. Qualsiasi alleanza tra grandi potenze continentali (l’intesa tra Napoleone e lo zar Paolo I, la Santa Alleanza tra Prussia, Austria e Russia, il possibile accordo tra Secondo Reich ed impero russo caldeggiato dal premier Sergej Witte, il trattato di Rapallo tra la Repubblica di Weimar e l’URSS) deve essere sabotata in qualsiasi modo: rivoluzioni, complotti, omicidi, corruzione, guerra, etc. etc.

Il primo autore a formalizzare la secolare visione dell’impero britannico è Halford Mackinder (1861-1947), direttore della London School of Economics e padre nobile della geopolitica: è lui a individuare in quello spazio che va dalla Germania alla Siberia, dai Paesi Baltici al Caucaso, il cosiddetto “Hearthland”, il cuore del continente euroasiatico decisivo per gli equilibri mondiale: è una regione che corrisponde, grossomodo, con la Russia europea e ciò spiega la “russofobia” che da sempre contraddistingue Londra, Washington e le istituzioni da loro controllate (Unione Europea e NATO in testa). Se l’Hearthland è correttamente organizzato dal punto di vista economico, militare ed infrastrutturale (già Mackinder era atterrito nei primi anni del Novecento dalla ferrovia transiberiana), rappresenta una spina nel fianco delle potenze marittime, insidiando la loro egemonia mondiale: per gli strateghi angloamericani lo Stato russo dovrebbe essere prono ai loro interessi o, meglio ancora, smembrato. È infatti significativo che nelle recenti “previsioni” della società texana Stratfor, che ambisce a disegnare le strategie americane come un novello Mackinder, la Russia debba scomparire dalla carta geografica2, balcanizzata dalle spinte secessionistiche interne.

Se la Russia è, di per sé, una minaccia all’impero angloamericano, il pericolo aumenta se attorno ad essa si coagulano altri Stati euroasiatici: più cresce la massa del blocco atlantico, minore è l’efficacia delle manovre di accerchiamento messe in campo dalle potenze marittime e maggiore è il rischio che l’egemonia atlantica evapori. Quando Washington incassò la bruciante sconfitta del Vientnam, riuscì a sollevarsi grazie al “capolavoro” geopolitico di Henry Kissinger che, attuando la consueta strategia del “balance of power”, riuscì ad incunearsi tra l’Unione Sovietica e la Cina, in un momento in cui sembrava che la vittoria finale arridesse a Mosca. Il processo di isolamento della Russia è stato però arrestato e, con grande orrore di Londra e Washington, invertito nel corso degli ultimi due decenni, quando, con una serie di azzardate avventure politiche militari (rivoluzioni colorate in Caucaso e Centro-Asia, invasione dell’Afghanistan, occupazione dell’Iraq, golpe ucraino, etc. etc.) gli strateghi angloamericani hanno cercato di conquistare porzioni sempre maggiori della massa euroasiatica. L’aggressività delle potenze marittime ha creato nuove occasioni per Mosca e due, in particolare, sono le alleanze di peso che hanno scombussolato i piani angloamericani: l’intesa tra Russia ed Iran e quella tra Russia e Cina.

L’ayatollah Ruhollah Khomeyni ricevette un discreto, ma decisivo, supporto occidentale nella rivoluzione del 1979 perché visceralmente anti-comunista: sebbene l’Iran rivoluzionario entrò poi in rotta con gli Stati Uniti, non strinse mai infatti nessun alleanza con l’Unione Sovietica. L‘aggressione del 2011 al governo siriano e la successiva minaccia dell’ISIS, seppellisce il gelo russo-iraniano della Guerra Fredda (Teheran ha da poco aperte le proprie basi iraniane all’aviazione russa3) eproietta” la Russia verso il Golfo Persico e l’Oceano indiano, dischiudendo scenari che non si vedevano dai tempi del Grande Gioco e della lotta senza esclusioni di colpi tra l’impero britannico e quello russo per il controllo dell’Asia.

L’isolamento cui è stata sottoposta la Russia dopo l’annessione della Crimea, ha invece cancellato con un solo colpo il capolavoro geopolitico di Henry Kissinger di circa trent’anni prima: Mosca e Pechino, entrambe sottoposte ad un contenimento da parte delle potenze marittime (vedi il “pivot to Asia” dell’amministrazione Obama) ed alla medesima destabilizzazione strisciante (si ricordi la rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong, l’insurrezione islamista nello Xinjiang ed i disegni secessionistici del Tibet), si sono sedute al tavolo per studiare un comune approccio strategico alla minaccia angloamericana: accordo contro l’intervento occidentale in Siria, cooperazione militare nella cornice dello SCO, intensificazione dei rapporti economici, fornitura di idrocarburi, manovre congiunte nel Mar Meridionale cinese4. La costruzione di oleodotti e gasdotti tra Russia e Cina (Mosca è già il secondo fornitore dell’impero celeste, subito dopo l’Arabia Saudita5), rende superflua la “politica dell’anaconda” con cui le potenze marittime stritolano da sempre gli avversari, impedendo loro l’approvvigionamento di materie prime e carburanti.

A turbare ancora di più il sonno degli strateghi angloamericani, come a suo MacKinder era tormentato dalla transiberiana, è poi sopraggiunto lo sviluppo delle ferrovie ad alta velocità ed alta capacità che, anno dopo anno, stanno coprendo l’intera massa euroasiatica, a Nord, come al Sud ed al Centro del continente: lo spazio inerte si accorcia e “prende vita”, creando legami politici ed economici sempre più forti, infondendo così un’anima al blocco euroasiatico. Il termine “blocco” è più calzante che mai, perché rende bene l’idea dell’intangibilità e dell’autosufficienza di questa enorme massa terrestre che, ricoperta di ferrovie, vive “sulla terra”, senza alcun bisogno di avventurarsi in quegli stretti o in quei mari presidiati dalle potenze marittime: poco importa se la flotta americana occupa lo Stretto di Malacca, perché il petrolio arriva nelle raffinerie cinese direttamente dalla Siberia ed i treni merce riversano grano e metalli rari.

Ecco quindi ben delineato “lo sfidante” del declinante impero angloamericano di cui parlavamo all’inizio: un coeso blocco continentale che spazia dalla Russia alla Cina, dal Mar Baltico al Golfo Persico. Il peggior incubo possibile per le potenze marittime, incapaci di accerchiare e strangolare una massa terrestre che occupa buona parte dell’Eurasia: Pitt il Giovane, Lord Palmerston, Halford Mackinder e Lloyd George si metterebbero le mani nei capelli.

Abbiamo detto come il recente raid americano in Siria e la minaccia di un analogo intervento in Corea sia il tentativo dell’amministrazione Trump di rompere questo blocco monolitico: premettendo su Mosca perché tagli i ponti con l’Iran e si “riallinei” agli USA e, parallelamente,cercando di intimidire Pechino affinché prenda le distanza dalla Russia. Sono tentativi che si stanno rivelando fallimentari ed aprono quindi lo scenario di un intervento delle potenze marittime sulla massa continentale per “contenere” l’esuberanza di quelle terrestri: un’invasione della Siria, una recrudescenza della guerra ucraina, un cambio di regime in Corea del Nord?

Gli eventi potrebbero così iniziare a sfuggire al controllo umano, innescando quella guerra d’egemonia che seppellirebbe l’attuale sistema internazionale ed il secolare dominio delle potenze marittime: dopotutto, nessun impero in declino ha mai gettato la spugna senza aver prima sguainato la spada un’ultima volta. Difficilmente gli Stati Uniti d’America saranno un’eccezione.

Dal Blog di Federico Dezzani

1http://www.askanews.it/esteri/2017/04/13/trump-ci-ripensa-la-nato-non-%C3%A8-pi%C3%B9-obsoleta-top10_20170413_074348/

2http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/28/la-crisi-della-russia-sara-il-problema-piu-grande-dei-prossimi-dieci-a/26840/

3http://www.presstv.ir/Detail/2017/03/28/515873/Iran-Russia-Syria

4http://edition.cnn.com/2016/09/12/asia/china-russia-south-china-sea-exercises/

5https://www.bloomberg.com/news/articles/2016-05-12/cnpc-to-start-laying-second-china-russia-oil-pipeline-in-june-io48uk3h