di Fabrizio Poggi

“Al netto della propaganda” e delle “declinazioni” (tre in trentacinque righe: bisogna esser innamorati della parola) che compaiono nel commento dell’on. Andrea Romano su quelli che, a suo parere, sarebbero gli orientamenti del governo gialloverde che “tifa Mosca, capitale del sovranismo mondiale”, spiccano alcuni punti.

“Al netto” dell’interesse di qualcuno a propagandare la favola di “fascio-razzisti amici di Mosca”, i socialdemocristiani del PD dovrebbero per prima cosa dire come e in cosa “l’interesse nazionale” sia meglio difeso da un “rapporto privilegiato” con uno invece che con un altro blocco.

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Se la “tradizione repubblicana dell’investimento sulle istituzioni multilaterali” ha portato l’Italia a declinare “il proprio interesse nazionale sui due binari dell’integrazione comunitaria (Cee-Ue) e della cooperazione di sicurezza atlantica (Nato)”, non è lecito chiedersi come si sia originata tale “tradizione”? Non è stato forse il disegno anglo-statunitense di attacco all’Unione Sovietica (attacco che, solo per l’equilibrio militare raggiunto da quest’ultima, rimase allo stadio di “guerra fredda” e non si trasformò in un’aggressione diretta della NATO al campo socialista) che impose ai governi democristiani di dare avvio a quella “tradizione” di fobia antisovietica, fluidamente poi trasmigrata in una psicosi antirussa, nonostante ci sia tutt’altro che continuità tra l’ordinamento sovietico e la Russia odierna, erede del khruscevismo e del eltsinismo?

Secondo i neodemocristiani del PD, le “istituzioni multilaterali” erano (e sono) costituite esclusivamente dalle alleanze militari e dai blocchi economici imperialisti che esportano “libertà” e “democrazia” in giro per il mondo e di cui l’Italia repubblicana, per ingiunzione divina, è destinata a rimanere “schiava” di Washington come “iddio la creò”? I Paesi non allineati non rappresentavano e non rappresentano, ad esempio, una “istituzione multilaterale”, cui anche l’Italia avrebbe potuto aderire, se la cosiddetta “sicurezza atlantica” non avesse invece imposto all’Italia di diventare – e continuare a essere: non hanno sentito, i demoatlantici del PD, l’ammonimento di Jens Stoltenberg, non appena il “governo gialloverde” aveva improvvidamente azzardato un accenno a rivedere le sanzioni alla Russia? – la vera portaerei USA-NATO nel Mediterraneo?

Qual è, secondo i socialalleati del PD, “l’ordine multilaterale che si era andato ricostruendo dopo l’Ottantanove”? E’ forse l’ordine uscito dalla prima e principale di tutte le majdan per “l’indipendenza”, quella del 1991 eltsinian-gorbacioviano o quella sanguinosissima del 1993 yankee-eltsiniano? E’ forse l’ordine delle “rivoluzioni colorate”, dipinte così poco della pretesca libertà cara al PD e così tanto, invece, del verde della moneta “multilaterale”, a uso e consumo delle nuove cricche affaristiche, ansiose di diventare “indipendenti”? E’ forse l’Ordnung sorto sui massacri di Kiev e Odessa, instaurato e perpetuato fino a oggi dai neonazisti ucraini che, mentre bombardano terroristicamente la popolazione civile del Donbass, accolgono “in maniera tanto entusiastica” i “moderni democratici” del PD? E’ forse l’ordine frutto di tutte le majdan organizzate in Europa orientale, a cominciare dalla svendita gorbacioviana della DDR in cambio di quel famigerato “la sfera di influenza della Nato non si sposterà di un pollice verso Est”, giurato nel 1990 dagli allora Segretario di stato USA James Baker e Ministro degli esteri della RFT, Hans Dietrich Genscher a Mikhail Gorbaciov e ribadito dal Segretario alla difesa Robert McNamara: “gli Stati Uniti si impegnano a non espandere mai la Nato a est, se Mosca sarà d’accordo per la riunificazione della Germania”?

E’ vero o no che, sempre in base alle “promesse” – che, effettivamente, erano solo promesse – occidentali, Polonia e Paesi baltici sarebbero dovuti rimanere neutrali, mentre tra il 1999, il 2004 e il 2009, praticamente tutta l’Europa orientale (a eccezione di Bielorussia e, per ora, ma solo formalmente, Ucraina e Moldavia) viene inglobata nelle strutture NATO, ospita basi permanenti USA e NATO e partecipa alle manovre militari congiunte che, praticamente senza soluzione di continuità, i paesi NATO svolgono nelle immediate vicinanze dei confini russi, le ultime delle quali, tuttora in corso, vedono il coinvolgimento di cinquemila uomini di 22 paesi, con oltre sessanta tra elicotteri e aerei, 42 vascelli e un sommergibile (“Baltops”), in contemporanea con le esercitazioni “Fulmine di Perkunas”, in Lituania, cui prendono parte novemila uomini e con le “Saber Strike”, in cui 18.000 uomini stanno simulando l’invasione di Kaliningrad?

Come sempre, a parlare in modo diretto, sono i militari e chi, se non un militare degli Stati Uniti, che comandano di fatto l’Alleanza atlantica, potrebbe candidamente ammettere che “obiettivo principale della Russia è quello di non farsi accerchiare da truppe e basi Nato; il compito della Nato è fare proprio questo”, come ha dichiarato il generale USA Joseph Votel? E’ in questo modo, signori social-indipendentisti, che la Russia sta “minacciando i nuovi Stati indipendenti ai propri confini”? E quali sarebbero questi stati “indipendenti”? Sarebbero forse quelli finiti nelle mani dei clan affaristico-oligarchici che tanto hanno fatto – e tanto hanno avuto – per “l’indipendenza” di depredare le risorse dei propri paesi, svendere al capitale internazionale le ricchezze statali e affamare le popolazioni?

Può stare tranquillo, il PD: se “il nuovo governo italiano”, a parole, o con qualche maglietta serigrafata che costa pochi rubli, “ha manifestato i propri intendimenti filo-russi già nei primissimi giorni di attività”, è però, di fatto, che ha ribadito di voler restare “nella Nato e alleati degli Stati Uniti”, che “vuole lasciare l’Italia negli accordi e nelle alleanze”, che ci manterrà “alleati degli USA e nella NATO”, pur intendendo immaginare una “funzione di dialogo con paesi come la Russia, come è sempre stato” e come d’altronde i neoscudocraciati del PD riconoscono a vanto della DC andreottiana, che dilatava “lo spazio di autonomia verso l’Unione sovietica e il mondo arabo nella ricerca per l’Italia di un ruolo di ponte e intermediatore verso l’esterno”.

Se invece di giurare e spergiurare sulla fedeltà ai patti “dell’integrazione comunitaria”, che sanciscono giuridicamente l’espansionismo imperialista UE, i socialrevisionisti del PD avessero conservato, anche solo un millesimo della razionalità analitica che aveva caratterizzato la storia passata di uno dei partiti di cui si dichiara erede, allora avrebbe potuto chiedersi quale o quali siano le classi, gli strati sociali, di cui il “governo gialloverde” è espressione. Avrebbe potuto chiedersi quali interessi, di quale o quali classi, costituiscano il nucleo centrale dell’azione politica di tale governo. Avrebbe potuto chiedersi quali siano le aspirazioni di tutti quei milioni di persone che tale governo afferma (senza volerlo o senza farlo davvero) di rappresentare, a partire dalla piccola-borghesia imprenditoriale, messa in ginocchio dalle sanzioni alla Russia, dai milioni di operai “a chiamata”, dai disoccupati, che non hanno visto nessun’altra via d’uscita dai massacri sociali decretati da Bruxelles e diligentemente eseguiti dai governi di centro-destra e di centro-(ci si passi il termine)”sinistra”, se non l’appiglio a quelle promesse.

Avrebbe così visto che gli interessi del grande capitale e della grande finanza multinazionali, così a lungo e così egregiamente difesi dai socialcapitalisti del PD, sono ben lontani dall’esser messi in pericolo da un governo che, alla prima parola “sconveniente”, viene immediatamente riportato all’ordine dai padrini di Bruxelles e Washington ed è ben pronto ad allinearsi, a dispetto di ogni promessa elettorale.

Se i socialaffamatori del PD pensano che il governo gialloverde “diventi la portaerei in Europa”, si tranquillizzino: l’Italia lo è dal 1949 e sta continuando a esserlo, come dimostrano le guerre d’aggressione NATO alla ex Jugoslavia, alla Libia, all’Iraq, all’Afghanistan; come continua  a esserlo ogni volta che un drone USA decolla dalla base di Sigonella e sorvola il territorio del Donbass, ad esempio, per correggere i tiri delle artiglierie ucraine, solo per dirne una.

Il governo “gialloverde” è un governo reazionario, andato al potere sull’onda della disperazione sociale e che, se da un lato è chiamato a rispettare le ingiunzioni del capitale finanziario internazionale, non può, almeno in questa fase, lasciare inascoltate le pretese – certo, anche e soprattutto quelle più retrive della piccola-borghesia – di chi lo ha votato. E la Russia odierna è tutto l’opposto che quel nido di “bolscevichi assetati di sangue”, come rappresentavano l’URSS, settant’anni fa, gli avi dei moderni liberal-banchieri.

Ma non sono certo i social-carmelitani del PD a “declinare” alle masse popolari italiane la strada della loro emancipazione dalla dittatura del capitale. I comunisti non guardano alla “sovranità” interclassista che, in definitiva, dovrebbe servire gli interessi del piccolo capitale “indigeno”; i comunisti, per non smettere di esser marxisti, non si dimenticano della divisione della società in classi contrapposte e lottano, in definitiva, per il potere della classe operaia e delle masse lavoratrici.

via L’Antidiplomatico