Scontro nella squadra di Donald fra chi vuole le bombe e chi la pace

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Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 18/04/2017


Il temuto test nucleare, il sesto della serie, per il momento non ha ancora avuto luogo in Corea del Nord. Dopo l’attesa parata militare dello scorso sabato per celebrare il compleanno del nonno di Kim Jong-un, il regime nord coreano ha provato ad effettuare un test missilistico domenica che si è rivelato un flop quando il missile è esploso in volo appena dopo il lancio. Resta comunque viva la minaccia di ricorrere ai missili balistici intercontinentali per lanciare testate nucleari. La possibilità che un conflitto nucleare sia alle porte non è più così remota: nei giorni scorsi sul sito web iraniano Press Tv è trapelata la notizia che il Giappone è già al lavoro per un piano di evacuazione dei propri cittadini dalla Corea del Sud, il primo Paese a poter subire la risposta di Pyongyang in caso di un attacco americano. Anche a Pechino non si nasconde la preoccupazione ma quello che occorre considerare con più attenzione in questa crisi dai risvolti inediti è l’attitudine dell’amministrazione Trump.

Il presidente americano eletto con un chiaro programma isolazionista e di astensione dai conflitti internazionali, nei giorni scorsi si è trovato più volte a considerare apertamente l’ipotesi di un attacco preventivo contro Pyongyang. A spingere in questa direzione è in particolare l’ala dei neocon guidata dal generale McMaster, capo del consiglio di sicurezza nazionale. Trump però non sembra ancora deciso a un attacco preventivo in Corea del Nord: ha voluto solo mostrare a Pechino di non tollerare il programma di nuclearizzazione nordcoreano, costringendo la Cina a rompere gli indugi per schierarsi dalla parte di Washington. Resta da capire ora quale sarà il corso che seguirà l’amministrazione Trump.

Se si tornerà verso il percorso originario dell’isolazionismo oppure se ci sarà un escalation militare in Siria o in Corea delNord, lo si comprenderà meglio nelle prossime settimane. I cambidi rotta della presidenza Trump dipendono dagli aspri conflitti interni alla sua amministrazione: da un lato Steven Bannon, ideologo critico del globalismo e acerrimo nemico dei neocon e della loro politica estera; dall’altra il genero di Trump, Jared Kushner, accusato proprio da Bannon di essere un globalista a favore dei confini aperti e delle guerre preventive.

Quando Trump ha accettato la versione dei media mainstream sull’attacco chimico in Siria per il quale è stato incolpato Assad, ha senz’altro mostrato dei segni di debolezza. Così facendo, si è ritrovato con una unica opzione a disposizione: quella di punire Assad, e il segnale arrivato all’esterno è stato quello di una vittoria del Deep State, la rete di interessi militari e finanziari ancora molto forte a Washington.

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Se tuttavia Trump si limiterà all’attacco alla basemilitare di Al Shayrat, le possibilità di riprendere la via isolazionista esistono ancora. Se invece avranno la meglio i falchi neocon, il conflitto in Siria e lo scontro con la Russia saranno inevitabili. E quando due potenze mondiali nucleari entrano in guerra, allora, come ha scritto di recente il filosofo politico russo Alexander Dugin, si tratta di «una guerra mondiale».

Tratto dal Blog di Paolo Becchi

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