Da molto tempo se ne aspettava l’annuncio e alla fine la notizia tanto attesa è arrivata: il quantitative easing fino ad ora esercitato dalla Banca Centrale Europea terminerà a dicembre di quest’anno, come era già stato preannunciato da Sabine Lautenschlaegher. A molti questa cosa potrebbe non voler dire niente, ma le implicazioni sul piano pratico per l’Italia e gli italiani potrebbero essere di capitale importanza.

Tanto per iniziare, occorre capire cosa sia il quantitative easing. Il quantitative easing è il programma di acquisto da parte della Banca Centrale Europea dei titoli di Stato dei Paesi aderenti all’Unione Europea, Italia compresa. Programma iniziato, per essere precisi, il 22 gennaio 2015, allorquando il governatore Mario Draghi annunciò al World Economic Forum che la BCE avrebbe acquistato titoli di debito pubblici e privati a partire da marzo 2015 almeno fino a settembre 2016 al ritmo di 60 miliardi di euro/mese, con l’obbiettivo di portare altresì il tasso di inflazione nell’eurozona attorno al 2%. Tale manovra rientra appieno nel famoso (e famigerato) “Whatever it takes” che il summenzionato ex uomo di Goldman Sachs aveva lanciato nel non lontano 2012 a Londra per salvare a tutti i costi la moneta unica.

Operazione che, tuttavia, l’Istituto diretto da Mario Draghi ha posto poi in essere non direttamente, ma passando attraverso le vecchie Banche Centrali dei singoli Paesi membri. A dispetto dei propositi iniziali, il quantitative easing è stato successivamente prorogato in tutti questi anni fino ad arrivare alla svolta odierna.

In altri termini, utilizzando un paragone storico forse molto più conosciuto alla maggior parte dei lettori di questo giornale on-line, a partire dal 2015 fino ad oggi la BCE ha di fatto replicato sostanzialmente quello che faceva la Banca d’Italia prima della sua separazione dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (allora definito Tesoro) negli anni ’80: acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (la BCE agisce, invero, sul secondario).

Questo è il nodo fondamentale da adesso in avanti da risolvere. Non avendo più un istituto che acquista i Titoli di Stato saremmo costretti a ricorrere massicciamente al mercato privato e alle sue regole, con speculazioni connesse. Una situazione molto pericolosa e potenzialmente tragica come abbiamo visto in diversi frangenti lungo il corso della Storia.

Per evitarla, e continuare a poter reperire le risorse finanziare necessarie per gli investimenti pubblici ed il corretto funzionamento generale della società italiana, occorre premunirsi fin da subito e riorganizzare una Banca “nazionale” pubblica sul modello della Banca d’Italia ante riforma del 1981.

La Banca per gli Investimenti pubblica prevista all’interno del contratto di governo Lega-M5S potrebbe essere la soluzione a questo punto, a maggior ragione considerando che tra i suoi obbiettivi viene previsto esplicitamente quello di finanziare “iniziative di interesse pubblico e strategico nazionale …” in cui possono rientrare pacificamente anche le emissioni dei Titoli di Stato con poca fatica.

Data la situazione come sopra descritta, la posta in palio è davvero molto importante ed un’attivazione rapida di questo istituto dovrebbe avere una priorità massima nell’agenda del nuovo Governo. Una fattibile banca completamente pubblica, del resto, potrebbe essere già esistente, ed è la Cassa Depositi e Prestiti, attualmente posseduta per l’82% dal MEF (nonostante lo scriteriato tentativo, fortunatamente fallito, che fece Padoan di privatizzarla in parte): come illustra brillantemente l’economista Alberto Micalizzi, essa già eroga miliardi di crediti alle imprese, possiede partecipazioni fondamentali in Tim, Eni, Fincantieri ed altre industrie di settori strategici, ed i suoi capitali appartengono fattualmente ai cittadini italiani. Possedere una Banca pubblica d’investimenti dovrà perciò essere di massima priorità, anche perché la fine del quantitative easing, tra l’altro, comporterà altri gravi problemi da affrontare a cascata.

Una fine che comporterebbe la piena riacquisizione della sovranità monetaria entro i nostri confini – uno Stato che la possieda, giova ricordarlo, non può mai fallire per ragioni di diritto commerciale: le crisi argentina e greca, del 2001 e del 2011, furono dovute ad un indebitamento da parte dei due Stati in valute che essi non potevano emettere, rispettivamente il dollaro americano e l’euro. Una situazione di tal genere impone però, altresì, di essere pronti con gli strumenti giusti per saperla sfruttarla al meglio nell’interesse di tutta la Collettività Nazionale.

(di Manuele Serventi Merlo e Lorenzo Franzoni) – Oltre la Linea