Presidenziali francesi: anche le sorti dell’Italia si decideranno domenica

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La campagna elettorale toccherà l’apice in Francia mercoledì sera, quando Emmanuel Macron e Marine Le Pen si sfideranno in televisione, per poi chiudersi velocemente col ballottaggio di domenica: è però ormai chiaro che il candidato “centrista” non ha sfondato a sinistra, come è evidente che il “fronte repubblicano” non sta mobilitando gli elettori. Non è azzardato ipotizzare un aumento di dieci punti percentuali dell’astensione rispetto al primo turno: a quel punto Marine Le Pen, contando su un elettorato più “radicalizzato”, sarebbe in grado di vincere col 51% qualora conquistasse anche soltanto il 65% dei voti di François Fillon. L’intera Europa attende col fiato sospeso il verdetto delle urne francesi: nessun governo corre però maggiori rischi di quello italiano.

Astensione a sinistra e 65% di preferenze dal centro-destra: come Marine Le Pen vincerà

La seconda ed ultima settimana di interludio tra i due turni delle presidenziali francesi è entrata nel vivo: mercoledì sera è in programma il dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, dove i due candidati tenteranno di accattivarsi le simpatie degli ultimi (e sparuti) indecisi, quindi resteranno ancora due giorni prima che, allo scoccar delle mezzanotte di venerdì, politici, media e sondaggisti si chiudano nel silenzio. Il dibattito riesploderà domenica sera, con i primi risultati di un’elezione che, contrariamente a quanto affermato sinora, si deciderà all’interno di una forbice di 3-5 punti percentuali.

Una decina di giorni è già però trascorsa dal primo turno del 23 aprile: impressioni, sondaggi, prese di posizioni, alleanze e mosse elettorali si sono sedimentante, permettendoci così di affinare la nostra previsione sul ballottaggio del 7 maggio, elaborata una settimana fa. Allora pronosticammo che, se se la candidata di destra avesse intercettato almeno il 75% delle preferenze dei Repubblicani/UMP ed il 20% di quelle raccolte populista “rosso” Mélanchon, il Front National, calata l’affluenza dal 77% al 70%, avrebbe vinto col 51-52% dei voti. Come “perfezionare” i nostri calcoli alla luce delle dinamiche emerse in questi giorni? Un candidato ha probabilmente guadagnato 2-3 punti percentuali in queste ultime battute della campagna elettorale, modificando così la situazione: il suo nome non figurerà però sulle schede. Si chiama, infatti, astensionismo.

Nella sfida tra il candidato “centrista” Macron e la “populista” Le Pen, non c’è alcun dubbio che la fazione più determinata, agguerrita e motivata sia la seconda: l’unico strumento per mobilitare l’elettorato in funzione anti-Le Pen è il consueto appello al “fronte repubblicano”, una coalizione di tutti i partiti creata ad hoc sbarrare la strada alla destra. Il particolare contesto socio-economico (disoccupazione record, pulsioni anti-establishment, emergenza immigrazione, abbandono da parte del FN delle posizioni più intransigenti, etc. etc.) lascia però supporre che l’elettorato sia del tutto sordo ai moniti lanciati dai soloni della Repubblica. Ne deriva che, contrariamente al balzo di affluenza che si registrò nel 2002 per impedire l’accesso di Jean-Marie Le Pen all’Eliseo, domenica prossima si assisterà ad un’ulteriore dispersione di voti: dispersione che potrebbe essere più elevata di quanto abbiamo precedentemente ipotizzato (70%), raggiungendo i dieci punti percentuali rispetto al primo turno ed abbassando così l’affluenza del ballottaggio al 67%.

Nei giorni successivi al primo turno, si è infatti avuta la conferma di quanto molti osservatori imparziali aveva immaginato da tempo: l’ex-banchiere Rothschild, Emmanuel Macron, non scalda i cuori della sinistra (si veda la contestazione allo stabilimento Whirlpool di Amiens) ed è congenitamente incapace di accattivarsi le simpatie dei populisti “rossi” (si veda la cena al sontuoso ristorante parigini La Rotonde, in compagnia del mentore Jacques Attali, per festeggiare l’esito del primo turno). Alcuni recenti sondaggi1 hanno quindi confermato le nostre prime stime, basate sul semplice intuito: solo il 40% degli elettori di Jean-Luc Mélenchon sarebbe disposto a votare il candidato centrista, un percentuale equivalente si asterrebbe ed il 20% restante confluirebbe verso il Front National.

Complice anche il ponte dell’8 maggio (festa della vittoria alleata sulla Germania nazista) non è neppure azzardato ipotizzate che un calo fisiologico del 10% diradi le file degli elettori che il 23 aprile si sono espressi per il conservatore Fillon ed il socialista Hamon: persino il 5% degli elettori di Macron potrebbe preferire il mare o la montagna alle tristi urne elettorali. L’affluenza, come abbiamo detto, calerebbe così complessivamente al 67%, senza però interessare i populisti di destra. Il vento soffia a loro favore ed un’impresa storica, la conquista dell’Eliseo, è oggettivamente alla portata di mano. Tutti gli elettori del Front National ed i sovranisti di Nicolas Dupont-Aignan si recheranno quindi ai seggi.

Esito finale?

Il Front National emergerebbe vincitore dai seggi di domenica col 51% delle preferenzegrazie, si noti, soltanto al 65% in uscita dal centro-destra: è un ridimensionamento di 10 punti percentuali rispetto alla nostra precedente analisi, quando avevamo ipotizzato che verso il Front National confluisse il 75% delle preferenze in uscita dai Repubblicani/UMP di Fillon. È lecito immaginare che Marine Le Pen “intercetti” il 65% dei voti di Fillon? Sembrerebbe più che plausibile: pochi giorni fa sul sito del conservatore Figaro è apparso un sondaggio dove, alla domanda se avesse o meno ragione il populista “rosso” Melenchon a sconsigliare di votare per l’ex-banchiere Rothschild, un campione di 72.000 persone ha risposto “sì” per il 60%2, lasciando intendere che sia questa “la fetta” di voti che si sposterà dal centro-destra al FN.

Ecco quindi la nostra previsione finale per il voto di domenica: affluenza al 67% e vittoria di Marine Le Pen col 51% delle preferenze.

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie: soprattutto in Italia

Sulle presidenziali francesi è calato un anomalo silenzio: nessun invito, nessun monito, nessuna esortazione da parte delle istituzioni di Bruxelles. Soltanto qualche asciutto complimento all’indomani del primo turno (“Sollievo a Bruxelles e Berlino, Juncker si congratula con Macron” titolava il Sole 24 ore il 23 aprile), seguito da qualche discreta esternazione a favore all’ex-Rothschild (Merkel, se vince Macron, presidente forte3 scriveva l’ANSA il 28 aprile). Le ragioni di questa riservatezza sono chiare, ma indicibili: l’Unione Europea e la cancelliera tedesca sono così impopolari in Francia (come nel resto del continente) che qualsiasi lancia spezzata in favore del candidato europeista rischia di trasformarsi in uno spuntone in cui il malcapitato può infilzarsi. Una prova del tasso di impopolarità raggiunto da Bruxelles (e, per traslazione, dei candidati chiamati a difenderla) è stata fornita dallo stesso Emmanuel Macron che, intervistato dalla BBC inglese, ha evocato a sua volta lo spettro di una “Frexit”, qualora non si rimediasse al “malfunzionamento” dell’Unione Europea: il suo fianco destro è, evidentemente, troppo scoperto.

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Non c’è però alcun dubbio che, dietro l’apparente distacco delle istituzioni europee, si nasconda uno stato di ansia, se non di panico tout court: come abbiamo già evidenziato nelle nostre analisi, la vittoria di Marine Le Pen infliggerebbe un colpo letale alla già malconcia architettura euro-atlantica, con la duplice uscita di Parigi dalla UE e dalla NATO, seguita dalla convergenza geopolitica tra Francia e Russia. Se l’angoscia è diffusa in tutte le cancelliera europee, c’è però un governo che, più di qualsiasi altro, deve vivere questi giorni con particolare inquietudine. I famosi versi di Giuseppe Ungaretti, “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, gli saranno molto congeniali in questo momento : l’esecutivo in questione è, ovviamente, quello italiano.

All’indomani della nascita dal governo Gentiloni, costruito sulle macerie della sconfitta referendaria del 4 dicembre, definimmo il terzo esecutivo della legislatura come la “Salò della Seconda Repubblica”: definizione piuttosto calzante perché, bocciata la riforma della costituzione caldeggiata dalla Troika ed uscito di scena il premier Renzi (“the last hope for the Italian élite”, secondo il Financial Times4), le probabilità che “le riforme strutturali” proseguissero e che l’Italia rimanesse agganciata all’eurozona, si assottigliavano drammaticamente. Con loro si spegne anche la Seconda Repubblica, che ha indissolubilmente legato le sue fortune alla moneta unica ed all’Unione Europea: il governo Gentiloni non è nient’altro che il disperato arroccamento di una classe dirigente che, consapevole dell’imminente disfatta, si è asserragliata nel Palazzo per procrastinare il più possibile il drammatico epilogo finale.

La missione del governo Gentiloni è soltanto una: durare, durare, durare. Almeno fino alla primavera del 2018, e poi chissà…

Come la Repubblica di Salò fu travolta dalla disfatta tedesca, così il governo Gentiloni correperò  il rischio di essere travolto, dall’oggi al domani, dallo sfaldamento dell’impalcatura politica che lo sorregge, nella fattispecie l’Unione Europea. A questo punto, rientra in campo la vittoria di Marine Le Pen: la conquista dell’Eliseo da parte del FN implicherebbe la fine de facto del’Unione Europea (come ammesso dall’ex-premier Enrico Letta5), erodendo le esili fondamenta su cui poggia il governo di centro-sinistra italiano. “Durare” diventerebbe inutile, perché la stessa UE si avvierebbe alla dissoluzione, le pulsioni anti-sistema diverrebbero incontenibili e la situazione finanziaria, nonostante le contromosse della BCE, si farebbe così incandescente da essere ingestibili per il debole ed esautorato governo Gentiloni. L’ipotesi di un governo “tecnico” emergenziale per sganciarsi dall’eurozona diverrebbe allora di tremenda attualità.

L’intero 2017, “l’anno della frattura”, ruota attorno a domenica prossima: l’8 maggio, giorno in cui sarà ufficialmente proclamato il vincitore delle presidenziali francese, difficilmente sarà ancora ricordato in futuro per la vittoria alleata sul Terzo Reich.

via http://federicodezzani.altervista.org/presidenziali-francesi-anche-le-sorti-dellitalia-si-decideranno-domenica/

1http://www.askanews.it/esteri/2017/04/28/francia-sondaggio-macron-sempre-favorito-ma-lo-scarto-si-riduce-pn_20170428_00208/

2http://www.lefigaro.fr/actualites/2017/04/26/01001-20170426QCMWWW00196-presidentielle-jean-luc-melenchon-a-t-il-raison-de-ne-pas-appeler-a-voter-macron.php

3http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/04/28/merkel-se-vince-macron-presidente-forte_78ba077f-9c54-4731-af92-2460d33a7108.html

4https://www.ft.com/content/21f3bf46-86cd-11e4-9c2d-00144feabdc0

5http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/presidenziali-francia-letta-se-vince-le-pen-l-europa-e-finita-_3064555-201702a.shtml

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