di Paolo Becchi su Libero, 16/09/2017.

Qui di seguito la versione integrale dell’articolo, pubblicato su Libero in versione ridotta.


Come già annunciato  da tempo su questo giornale il Movimento Cinque Stelle sul   “blog delle stelle” ha indicato ieri le regole per eleggere chi di fatto è già il candidato premier, vale a dire Luigi Di Maio. Ma la notizia vera, quasi nascosta tra le righe, è quella del passo indietro (e non più solo di lato) di Grillo: il candidato premier diventa infatti  capo politico del Movimento. La scalata inarrestabile  di  Di Maio è compiuta, senza una vera discussione interna tra gli attivisti e forse neppure tra i portavoce. Il tutto abilmente  presentato sotto forma delle  “Quirinarie” di un tempo,  dove tutti gli iscritti  possono proporsi a candidato, nel rispetto delle solite regole, tanto appunto per creare l’effetto di una democrazia  diretta  che ormai è solo un vago ricordo di un tempo irrimediabilmente  passato.

Ah le regole! Gianroberto Casaleggio, il vero fondatore, colui che di suo pugno aveva scritto il “Non Statuto”  diceva spesso: “ogni volta che deroghi ad una regola praticamente  la cancelli”.  Sulle regole, poche ma chiare, era inflessibile. Ebbene l’art. 7 afferma nero su bianco  che non possono candidarsi nelle liste con il simbolo del Movimento  coloro nei cui confronti penda un procedimento penale, “qualunque sia la natura del reato contestato”. Stando alla lettera di questo  articolo Di Maio è incandidabile. Infatti  attualmente nei confronti di Luigi Di  Maio, pendono ben due procedimenti per diffamazione (uno per la querela di Favia e un altro per una recente querela della Cassimatis), cui potrebbe aggiungersi quella dello stesso avv. Lorenzo  Borrè per l’espressione irriguardosa usata nei suo confronti:  “ricorsi da azzeccagarbugli”.

Non Statuto alla mano, dunque, Di Maio non potrebbe candidarsi né essere candidato, allo stato almeno: la norma statutaria, che prevale su qualsiasi altra, è infatti rimasta in piedi anche dopo le modifiche apportate ad Ottobre del 2016 e a nulla varrebbe obiettare che il regolamento “integrativo”, impugnato dinnanzi a tre diversi Tribunali, preveda in una sua nota che possa candidarsi chi non abbia riportato una condanna, anche non definitiva, in sede penale. Nel contrasto tra le due norme prevarrebbe, giuridicamente parlando, quella superiore, cioè quella statutaria. Né la previsione, introdotta ad hoc nell’Editto regolamentare di ieri, di una possibile deroga ( proprio quelle deroghe che Casaleggio non poteva soffrire…)  per candidati “a conoscenza di indagini o procedimenti penali” che producano  “i documenti relativi ai fatti contestati ed una breve relazione illustrativa dei fatti”,  può aggirare la cristallina lettera del Non Statuto e ciò sia in quanto un regolamento emanato dal Capo politico non può prevalere sul divieto posto dallo Statuto, sia perché Grillo può tuttalpiù decidere le regole per la procedura delle candidature, ma non derogare ai requisiti codificati in una norma statutaria che non è mai stata modificata. Insomma, l’elezione di  Di Maio potrebbe essere impugnata e chissà che l’avv. Borrè,  dopo aver bloccato le elezioni in Sicilia,  non ci stia già pensando. Schermaglie  giuridiche a parte un Movimento dopo Grillo prima delle elezioni non potrà che indebolirne la forza.