Paolo Becchi: “Ecco come salvare la democrazia”

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Come finisce una democrazia? È l’inquietante interrogativo al quale Paolo Becchi e Giuseppe Palma provano a dare una risposta nell’e-book uscito lo scorso 22 settembre per Arianna Editrice.

Professor Becchi, qual è il filo conduttore del libro?

“Come finisce una democrazia” affronta il tema della legge elettorale, una questione la cui importanza spesso sfugge all’attenzione del grande pubblico, senza comprendere che si tratta in effetti della seconda legge più importante dopo la Costituzione. Semplicemente, dato che tra poco dovremo andare a votare, abbiamo cercato di analizzare cosa è successo in passato e cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro.

Un’analisi che parte da lontano…

Sì, abbiamo tentato di ricostruire tutti i sistemi elettorali dai tempi della Prima Repubblica, passando poi per lo snodo cruciale degli anni ’92-’93 quando ci fu il passaggio dal sistema proporzionale al sistema maggioritario. Cerchiamo di spiegare cosa abbia comportato questo passaggio, anche se la vera rottura con la Costituzione, a nostro avviso, arriva con il Porcellum e l’Italicum.

Perché parla di rottura?

Perché se questo sistema elettorale misto restasse così, non sarebbe conforme a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale. E lo stesso accadrebbe per il Rosatellum bis. In altre parole, armonizzare la legge elettorale alla Camera e al Senato avrebbe come conseguenza il caos post elettorale mentre, con il Rosatellum bis senza migliorie, ci troveremmo di fronte alla terza legge elettorale incostituzionale. Se permette, io trovo davvero paradossale che il nostro Parlamento non sia in grado di legiferare in conformità alle regole costituzionali.

Come spiega che il Parlamento non riesca a produrre una legge elettorale costituzionale?

Credo che le ragioni stiano soprattutto nell’incapacità di chi è al governo, ma anche nella tendenza a preoccuparsi della propria “bottega” piuttosto che dell’interesse del Paese e dei principi costituzionali.

E allora, come finisce la democrazia?

Male, direi. Anche se nulla vieta ovviamente di modificare il Rosatellum introducendo voto disgiunto e preferenze. In questo modo, anche mantenendo i capilista bloccati, si potrebbe creare un sistema misto, maggioritario-proporzionale, conforme alla Costituzione.

Qualche tempo fa lei ha detto che “la vera riforma costituzionale di cui l’Italia ha bisogno è la costruzione di uno Stato federale fondato sulle autonomie”. Le autonomie non indeboliscono la sovranità dello Stato?

Ma no! Il federalismo non annulla automaticamente la possibilità di una sovranità statale. Il sovranismo può essere di natura leviatanica ma può anche nascere da comunità locali che si dotano di strutture federali, come nel caso del modello tedesco e del modello cantonale svizzero. Lo Stato, dunque, può benissimo avere le proprie fondamenta in una federazione di regioni o macroregioni dotate di forte autonomia. E l’interesse nazionale non ne viene pregiudicato.

Lei ha seguito da vicino i primi passi del Movimento 5 Stelle. Li vede pronti alla sfida del Governo?

Il Movimento 5 Stelle, come qualsiasi altro partito, deve essere caratterizzato da una visione programmatica, della quale ad onor del vero era dotato nella sua fase iniziale quando voleva ricondurre i cittadini ad un contatto il più diretto possibile con la politica. Dopo la morte di Gianroberto Casaleggio, che ha sancito anche quella metaforica della figura di Beppe Grillo all’interno del gruppo, mi sembra invece che i Cinquestelle vivano alla giornata.

In che senso?

Nel senso che un giorno si dichiarano pro-Euro e il giorno dopo contro; appoggiano la Nato e poi ritrattano; sono a favore dell’Europa e immediatamente dopo smentiscono tutto. Un atteggiamento del genere può funzionare solo quando sei all’opposizione. Con l’uscita di scena di Casaleggio, mi ripeto, è venuta a mancare la guida.

Un giudizio severo. E che dice degli altri partiti?

Dico che l’assenza di una visione politica complessiva è comune a tutti i partiti attualmente in campo. Né la destra né la sinistra hanno visioni politiche programmatiche. Ma mentre la visione strategica della sinistra è pari allo zero, ritengo che quella del centro-destra, invece, potrebbe ripartire proprio da quell’idea di federalismo alla quale accennavamo prima. Staremo a vedere.

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Incontrando Gentiloni per l’affare Fincantieri-Stx, Macron ha ribadito che l’Europa va rifondata.

L’Unione Europea, soprattutto a partire dal Trattato di Maastricht, si è andata costituendo e costruendo sull’asse franco-tedesco, che infatti resta l’asse del tutto dominante. Personalmente non sono molto fiducioso. Vedo che l’Italia sta cercando di giocarsi la sua partita puntando tutto su un rapporto privilegiato con Francia e Germania, ma il punto è rilanciare gli Stati nazionali e le piccole patrie, non l’Unione Europea!

Lei ha affermato che la salvezza dell’Europa dipende dalla sua capacità di tornare alle proprie origini spirituali.

Innanzitutto, bisogna distinguere i due piani: economico e culturale. I valori fondanti della nostra Europa sono la cultura e la filosofia greche, delle quali è necessario il recupero, il diritto romano e la religione cristiana. Se perdiamo questi riferimenti, che vanno al di là del piano politico, tranciamo automaticamente le nostre radici e al posto dell’Europa troveremo un meticciato. Il conflitto politico del futuro, infatti, sarà proprio tra coloro che vorranno il meticciato universale e coloro che invece sceglieranno di conservare tradizioni, culture e religioni. Dal punto di vista economico, invece, il problema fondamentale resta l’euro, che è una moneta sbagliata. Continuano a dirci credere che uscirne è impossibile ma io, come è noto, affermo il contrario.

Quindi pensa che sia possibile uscire dall’euro?

Con una strategia coordinata sì. Le chiedo: perché, proprio come funziona tra marito e moglie, non potremmo pensare ad una sorta di divorzio amichevole e concordato anche sul piano della moneta unica? Il tema dei disastri dell’euro sembra quasi scomparso, perché la questione politica decisiva ora è quella dei migranti, ma se ripensiamo per un istante alle elezioni tedesche ci accorgiamo di come la condizione economica dei cittadini sia stata anche lì alla base dello spostamento dei voti! L’euro non ha funzionato da noi, ma evidentemente non ha funzionato nemmeno nel Paese che più di ogni altro avrebbe potuto trarne benefici. E, allora, perché non ce ne liberiamo? L’euro ci sta dissanguando. E noi dobbiamo prepararci una via d’uscita.

Tratto da Interesse Nazionale

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