DI FARHAD REZAEI

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La valuta iraniana, il rial, ha registrato un minimo storico, precipitando a 90.000 rial per 1 dollaro USA sul mercato non ufficiale e continuando a scivolare tra l’incertezza economica causata dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dal timore di restituire le sanzioni statunitensi.

Il calo del valore della valuta sta avendo gravi ripercussioni di carattere politico. L’evoluzione ha incoraggiato i commercianti e i proprietari dei negozi iraniani a manifestare contro il governo e a scioperare nel mercato centrale di Teheran, deputato alla vendita e alla distribuzione di cellulari e prodotti elettronici.

Dal punto di vista psicologico, l’effetto è significativo perché ha generato paura e incertezza. Ricordando gli ultimi anni del dominio dello scià, si dice che i mercanti nei bazar di Teheran e nelle città di provincia stiano accumulando denaro, facendo salire il prezzo dei generi alimentari di base.

Per contenere la crisi valutaria, il governo del Presidente Hassan Rouhani ha cercato di andare contro il mercato introducendo un tasso di cambio unitario di 42.000 rial per 1 dollaro e ha adottato una serie di misure severe, tra cui la detenzione di 100 importanti cambiavalute per aver tentato di scambiare denaro a un tasso diverso, congelando i conti bancari degli speculatori, nonché aumentando i tassi di interesse.

Ma il meccanismo politico e di scambio non è riuscito ad arrestare il deprezzamento del rial sul mercato non ufficiale che, a sua volta, ha colpito diversi settori economici che hanno bisogno di valuta forte per le transazioni. I cambiavalute hanno smesso di vendere il dollaro al tasso ufficiale. Quando i cambiavalute sono stati costretti a inserire un prezzo ufficiale di 42.000 rial sui loro tabelloni, avrebbero detto agli acquirenti: “Non abbiamo dollari in vendita”. In secondo luogo, il governo ha fornito, attraverso canali ufficiali, moneta forte in quantità di gran lunga inferiore, rispetto a quanto il mercato richiedesse.

La decisione della Banca Centrale dell’Iran di abbassare i tassi di interesse a meno del 15% è stato un altro fattore che ha contribuito al fallimento della politica. Negli ultimi anni, le banche iraniane hanno offerto tassi fino al 25 percento per essere in concorrenza per i depositi, contro coloro che preferiscono mantenere i loro soldi in dollari. Abbassare i tassi di interesse ha spinto molti individui e aziende a ritornare a scambiare in dollari.

Ma questa non è tutta la storia. Gli esperti hanno introdotto altri fattori che hanno contribuito al crollo del rial, tra cui la scarsità di riserve in valuta estera della Banca Centrale, la richiesta da parte dei viaggiatori iraniani di valuta forte e il contrabbando.

Le entrate annuali dall’esportazione di petrolio e gas dell’Iran ammontano a circa 50 miliardi di dollari. Di questa somma, circa 7 miliardi di dollari vanno alla National Iranian Oil Company per l’esplorazione, le attrezzature e il risanamento dei campi dismessi.

Circa 9 miliardi di dollari lasciano il Paese, ogni anno, nei portafogli dei viaggiatori. Si ritiene che il contrabbando costi all’Iran tra 12 e 20 miliardi di dollari. Si stima che complessivamente 28-36 miliardi di dollari, dei 50 miliardi di dollari dell’Iran per l’esportazione di petrolio e gas,escano ogni anno dal Paese.

Il ruolo che i commercianti di valute (dalal-ha) o, nelle parole dell’Iranian Student News Agency (ISNA) la “mafia del dollaro”, svolgono nelle fluttuazioni del tasso del dollaro che non dovrebbe essere trascurato. Ma forse il fattore chiave è stato l’impatto psicologico del ritiro,l’8 maggio, degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action. Questo ha incoraggiato gli investitori stranieri e nazionali a portare il loro capitale dall’Iran a Dubai e Istanbul, per sfuggire alla volatilità e all’instabilità.

La crisi del dollaro ha generato un acceso dibattito tra gli esperti economici e le élite politiche a Teheran. Gli esperti economici hanno proposto varie soluzioni che andavano dal “fermare l’iniezione del dollaro nel libero mercato” e “unificare il prezzo del dollaro”, al combattere l’economia sommersa e lasciare che la Banca Centrale iraniana diventi un’entità indipendente.

Alcuni politici hanno sollecitato negoziati diretti con gli Stati Uniti per superare la crisi. Il Primo Vicepresidente Eshaq Jahangiri, un riformista, è tra quelli che avvertono che l’Iran è entrato in una “seria guerra economica” che potrebbe mettere in ginocchio la sua economia, aggiungendo che nessun altro Paese, inclusi “Cina e Russia sono in grado di prestare aiuto”, a meno che l’Iran “risolva i problemi con gli Americani”. Secondo quanto riferito, il Ministro degli Esteri JavadZarif ha anche dichiarato a un gruppo di attivisti per l’economia che la situazione attuale non può essere risolta, se non attraverso la diplomazia, un chiaro riferimento ai negoziati diretti con gli Stati Uniti.

Il giornale Arman, un organo di stampa pragmatico, ha scritto che l’Iran avrà giorni difficili davanti a sé e ha citato Ali Khorram, un ex ambasciatore iraniano presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a Vienna, dicendo che Washington ha un piano per l’Iran, simile al suo piano in tre fasi per rovesciare il governo di Saddam Hussein in Iraq, che prevedeva l’imposizione di sanzioni, creando un programma“oil for food”  per consentire solo le esportazioni di petrolio limitate, legate all’importazione di beni di prima necessità e, infine, l’opzione militare.

I pragmatici comprendono che la sopravvivenza del sistema richiede anche riforme interne che i conservatori hanno evitato negli ultimi 40 anni. Il giornale Donya-e Eqtesad ha pubblicato una notizia in questo senso e ha citato Faezeh Hashemi Rafsanjani, la figlia del defunto Presidente Hashemi Rafsanjani e uno dei principali riformisti, che ha detto: “Non dovremmo agire passivamente e avviare invece negoziati con gli Stati Uniti, prima che la situazione peggiori. Non abbiamo altra scelta. . . I negoziati tardivi potrebbero avere luogo sotto maggiore pressione.”

Tuttavia, non vi è alcun segnale di una svolta sostanziale nei circoli conservatori, in merito ai negoziati con Washington. Il quotidiano Kayhan, considerato il portavoce del Supremo Leader Ayatollah Ali Khamenei, ha scritto che “l’esecuzione e la confisca delle proprietà dei terroristi dell’economia” è la soluzione immediata per affrontare la crisi, anziché fare più concessioni agli Stati Uniti. L’editoriale ha citato Khamenei che non ha promesso né di scendere a compromessi con gli Stati Uniti, né di abbandonare le controverse politiche iraniane di intervento militare locale e di opposizione a Israele.

I conservatori ostinati che favoriscono la resistenza economica credono che aprire l’Iran verso l’esterno, specialmente verso gli Stati Uniti, minerebbe la loro presa sul potere. Questa percezione è stata chiaramente delineata in commenti dal Generale Mohammad Ali Jafari, comandante del potente corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Ha detto che i negoziati con gli Stati Uniti “se non il tradimento [sono] la preparazione delle concessioni agli Stati Uniti, che equivarrebbero alla morte della rivoluzione islamica”.

Tuttavia, la crisi valutaria potrebbe costringere gli intransigenti a cambiare posizione e cercare una nuova intesa con Washington. Ciò presuppone che l’amministrazione Trump voglia avere quelle conversazioni e non stia cercando di destabilizzare la Repubblica Islamica, come parte della sua strategia di isolamento.

Farhad Rezaei è un analista iraniano e autore di “Iran’sForeign Policy After the Nuclear Agreement: Politics of Normalizers and Traditionalists”, PalgraveMacMillan. Posta i suoi tweet su @Farhadrezaeii

Fonte: www.atlanticcouncil.org/

Link: http://www.atlanticcouncil.org/blogs/iransource/as-iran-s-currency-collapses-what-can-stop-the-panic

27/06/2018

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88