«Oggi, la società ha prevalso ampiamente sull’individualità, e il pericolo che minaccia la natura umana non è un eccesso di impulsi e di preferenze personali, ma una loro carenza». Con queste parole, John Stuart Mill denunciava nel suo On Liberty (1859) quello che considerava essere uno dei mali del suo secolo: la fiacchezza del carattere e il soffocamento dell’individuo, causati, secondo la sua analisi, da un eccessivo sbilanciamento in favore del polo opposto, quello della società.

In un primo momento, saremmo portati a pensare che una tale condizione sia quanto di più lontano possa riguardarci: la nostra ci appare infatti come l’epoca della supremazia dell’individuo sulla società e delle preferenze personali innalzate a criterio normativo della vita umana nella sua interezza, tanto nel pubblico quanto nel privato. Questa sensazione è in parte veritiera: basti pensare a quante volte ci capita, nella vita di tutti i giorni, di ascoltare (o leggere) frasi come «Chi sei tu per giudicare le mie scelte?», o «A te cosa cambia?». In altre parole, ogni azione appare giustificata dal semplice “io voglio”, legge suprema della condotta.

Tuttavia, potrebbe non essere completamente corretto parlare di semplice individualismo, quanto piuttosto di “individualismo senza individualità”: è infatti innegabile che le società occidentali manchino tragicamente di originalità, tanto da meritarsi il nome poco lusinghiero di “mediocrazie” – per usare la felice espressione coniata dal filosofo Alain Deneault. La vittoria, insomma, dell’inautenticità e del conformismo, la cui conseguenza è una massa amorfa, priva di carattere, composta quasi esclusivamente di uomini prodotti in serie, alla stregua di oggetti: stesso stile di vita, stesse idee, stessi obiettivi, stessi parametri etici.

Potremmo quindi sostenere che i due opposti conducano a un’identica conclusione: tanto il predominio del sociale sull’individuo, quanto quello dell’individuo (o meglio, dell’individuo inautentico) sul sociale sembrerebbero portare infatti a un livellamento intellettuale, morale e sociale verso il basso. Una delle cause è senza dubbio la rimozione della terza istanza della Rivoluzione Francese: quella della fraternité.

Una rimozione che ha portato inevitabilmente a un’epoca, come quella attuale, caratterizzata dall’oblio del sentimento sociale; liberté ed egalité contro fraternité: tutti liberi e tutti uguali (quindi sostituibili), ma anche tutti isolati, atomizzati, da un lato perfettamente funzionali alle logiche del mercato, dall’altro privi di qualsiasi slancio altruistico che vada al di là delle semplici dichiarazioni formali e fini a se stesse.

Si pensi ai vari “pray for Paris, Bruxelles, Nice, Berlin”; si pensi alle marce scalze, alle fiaccolate, agli ormai proverbiali gessetti colorati; si pensi ai semicolti e alle loro facili retoriche argomentate a suon di slogan. Parole e azioni vuote, prive di un pensiero che miri alla comprensione delle cause e ferme alla mera dichiarazione d’intenti; per dirla nuovamente con Mill, parole che «coesistono tutte passivamente e non producono in pratica altri effetti se non quelli che hanno tutte le parole amabili e soavi quando ci capita di ascoltarle». Nessun reale altruismo, nessun sentimento comunitario.

È per queste ragioni che dovremmo auspicarci una riscoperta della sfera della “fraternité” – oggi svalutata e calpestata – da affiancare a quelle già consolidate di liberté ed egalité.
È per queste ragioni che va disprezzata la mediocrazia, che soffoca ogni sentimento e pensiero autentico, spingendo a un odioso conformismo intellettuale.

Ed è ancora per queste ragioni che l’anno appena concluso ha assistito al risveglio dei popoli, ormai stanchi di votare ciò che l’intellighenzia e l’establishment globalista dicono essere “cosa buona e giusta”. Un fenomeno che ha ricordato al mondo che solo noi, non come individui ma come popolo, come comunità, abbiamo la responsabilità e il dovere di riscoprirci intellettualmente, politicamente e moralmente maggiorenni.

Indipendenti dunque dal paternalismo di chi si arroga il diritto di imporre una linea di pensiero post-totalitaria che condanna ogni forma di dissenso, bollato con epiteti diffamatori ormai tristemente noti. D’altronde, per dirla con Nietzsche, «si compie un nuovo passo verso l’indipendenza quando si osa manifestare opinioni ritenute infamanti per colui che le nutre».

(di Camilla Di Paola) – Oltre la Linea