«I progressisti devono capire la gente: il mondo va verso situazioni molto dure e le persone chiedono, giustamente, protezione. Invece, sino ad oggi, il Pd ha trattato le persone che hanno paura come se fossero imbecilli». Viva la sincerità, anche se fuori tempo massimo. Suonano comunque lucide, finalmente, le parole dell’ex manager Ferrari e poi ministro post-renziano Carlo Calenda, nipote di Luigi Comencini, approdato al Pd dopo l’esordio politico prima con Montezemolo e poi con Monti. «Dobbiamo dar vita ad un progetto con nuove parole», dice Calenda a “Otto e mezzo”: «Ma pretendere questo dal Pd – ammette – non è possibile». Tra le macerie elettorali dell’ex centrosinistra, forse anche Calenda pensa al “partito che serve all’Italia”, su cui il Movimento Roosevelt si confronterà il 14 luglio a Roma con politologi e sociologi. Tra gli invitati anche il sindaco milanese Beppe Sala e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. A Matteo Renzi, che in un tweet dopo il disastro dei ballottaggi alle amministrative prova a gettare la croce sul povero Martina («con tutto il rispetto, nel Pd manca una leadership: per questo mi riprendo la guida del partito»), Zingaretti risponde a stretto giro: troppo tardi, «un ciclo storico si è chiuso». Tradotto: abbiamo sbagliato tutto, Renzi in primis. Primo errore, capitale: il Pd ha preso per cretini gli italiani spaventati dalla crisi. «Salvini invece li ha saputi ascoltare», dice Calenda, «e questo è il suo grande merito». Infatti, per Gioele Magaldi, il vero progressista sulla scena, oggi, è proprio il leader della Lega.

Ormai l’ha capito anche Calenda: il futuro di Renzi è irrilevante. L’ex premier fiorentino? «E’  un personaggio che, con un po’ di smalto comunicativo, ha coperto la continuità sostanziale con i governi che da Monti a Gentiloni si sono susseguiti nella storia di questo paese», dice Magaldi ai microfoni di “Colors Radio”, fotografando la crisi di un centrosinistra che ormai è tale solo di nome. «L’unica cosa che Renzi potrebbe fare – aggiunge Magaldi – sarebbe dimettersi, magari anche da senatore, e passare un intenso periodo di studi». Un consiglio? «Studi l’astrologia, come fanno tuttora i capi di Stato e di governo. Se si impegnasse, scoprirebbe che il suo quadro astrale è funestato da questa sorta di cecità e sordità: non si rende conto di quanto lo circonda, vive in una sua dimensione parallela». Non si accorge, Renzi, che ormai potrebbe solo collezionare altre sconfitte: «La gente lo ha bocciato, vede in lui il sigillo del perdente e dello sciagurato chiacchierone, che ha dissipato il consenso illusorio ottenuto a suo tempo». Certo dal tunnel non si esce con Martina, «che non a caso è incolore come gli altri renziani: chi è mediocre – infierisce Magaldi – tende sempre a circondarsi di persone ancora più mediocri, per risaltare un po’». In realtà servirebbero «un leader ricco di appeal, energico, e una classe dirigente con una nuova narrativa».

Lo sa benissimo anche Calenda, che infatti archivia Renzi – ma al tempo stesso innalza l’ectoplasmatico Gentiloni come vessillo del riscatto dell’ipotetico centrosinistra. Leader carismatico e nuova narrativa? Eccoli: Matteo Salvini e la sua Lega, che porta in Parlamento l’economista progressista Alberto Bagnai e prova a riscrivere l’agenda europea, archiviando l’orrore neoliberale del rigore fin qui sostenuto dal centrosinistra, Pd in testa. Vogliamo smetterla con la commedia degli equivoci? «Siamo nella Terza Repubblica, le vecchie etichette non contano più», sottolinea Magaldi, esponente del circuito massonico internazionale progressista che veglia sul tentativo del governo “gialloverde”, visto come possibile apripista della discontinuità da imporre all’Ue, in nome della sovranità democratica. Severo il giudizio di Magaldi sugli alfieri dell’ex sinistra in piena rottamazione: «Nel quadro politico delle grandi sfide che il governo Conte, questa nuova maggioranza e l’Italia si trovano ad affrontare in ambito internazionale, ciò che fa o non fa Matteo Renzi è irrilevante, così come ciò che fa o non fa un centrosinistra che non voglia ripensarsi».

Non solo nel Pd, ma anche in “Liberi e Uguali” e in altre aree del sedicente centrosinistra, ancora si ragiona in termini di rigenerazione della sinistra e del centrosinistra. «E’ una prospettiva sbagliata», taglia corto il presidente del Movimento Roosevelt: «Sono cadute, queste categorie, di fronte al giudizio impietoso del popolo sovrano». Ovvero: «Il popolo non vuole più sentir parlare di centrosinistra e centrodestra, perché entrambi lo hanno deluso, nello svolgimento della Seconda Repubblica. Vuole sentire più sostanza e meno etichette formali, che finiscono per nascondere ambivalenze e ambiguità». Infatti: «E’ osceno che un partito e una coalizione di centrosinistra poi sposino le teorie neoliberiste che sono classiche dell’ultra-destra economica». Per contro, «è strano, stravagante, che partiti accreditati come “di centrodestra”, come la Lega, si dotino di un paradigma economico e programmatico post-keynesiano, che è tipico, semmai, in termini novecenteschi, proprio dei partiti della sinistra socialista, democratica, liberale». Quindi è in atto un capovolgimento assoluto, sintetizza Magaldi, «e la gente vuole sentire parlare di sostanza – non di etichette». Matteo Renzi? «Riposi in pace, con Martina e gli altri: vadano a farsi un giro di pista». Il Pd? Potrebbe risorgere solo con un dibattito interno lacerante e sincero, «se solo le prime file attuali – che sono state le seconde, terze e quarte file fino a poco tempo fa – non fossero composte di mediocri, che non hanno una sola idea per rilanciare il partito».

Eppure, ci sono elettori che non si sentiranno mai rappresentati dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, hanno bisogno di nuove “case” politiche. «Non li poteva aiutare Martina e non li può certo aiutare Renzi, tantomeno Grasso con Bersani e D’Alema». Il forum sul “partito che serve all’Italia”, socialista e liberale, potrebbe anche ragionare su come si possa aiutare questo processo di “morte e resurrezione” del Pd, e in quale forma. L’importante è sgombrare il campo dagli equivoci: in Italia come in Europa, dice, le “famiglie” dei socialisti e dei popolari sono le responsabili di questo sfascio politico (e anche di appeal) della Disunione Europea». Vogliamo ammetterlo? In Italia, continua Magaldi, ai microfoni di David Gramiccioli, queste “famiglie” politiche sono allo sbando. Lo è il centrosinistra, mentre l’area popolare non sussiste (“non pervenuta”, letteralmente). Forza Italia? «Certo, milita nel Partito Popolare Europeo, ma se non ci fosse il traino psicologico e materiale della Lega sarebbe già estinta – come peraltro rischia di estinguersi il Pd». Quindi, attenzione: per chi non se ne fosse ancora accorto, «siamo nella Terza Repubblica, nulla sarà più come prima». E’ di questo avviso Zingaretti, che secondo Magaldi «dice cose ineccepibili, sul piano formale», così come lo stesso Giuseppe Sala, sindaco di Milano, «altro amministratore locale che, di questi tempi, si è preoccupato del futuro del Pd e anche di un’area che percepisce se stessa come “di sinistra” ma, come nota Zingaretti, ha perso il quadro d’insieme».

Per l’appunto: cosa significa essere progressisti, oggi? Basta dire “sono nel Pd”, oppure “sono in Leu” con ex comunisti, ex Pd, ex Pds, ex Ds, ex Margherita, e allora sono un progressista? No, ovviamente: «Dimmi piuttosto qual è il tuo pensiero economico», ragiona Magaldi. «Dimmi cosa vuoi fare per promuovere il lavoro, dimmi qual è la tua visione dei rapporti internazionali dell’Italia, dimmi qual è la tua visione di sviluppo del paese. Sarà quello a dire se sei un progressista o se sei un conservatore, se lavori – consapevolmente o meno – al soldo di gruppi neo-aristocratici apolidi, o se lavori per chi vuole implementare democrazia a livello globale e locale». Ma attenzione, avverte Magaldi: il “partito che serve all’Italia” non deve essere “contro” questo o quello. «Nel momento in cui si va a ricostruire il Pd o altre aree di sedicente centrosinistra, non si può ragionare “contro” il Movimento 5 Stelle, “contro” la Lega e “contro” questo governo. Bisogna passare a un’altra fase, nella quale si propongono dei soggetti politici “per” fare delle cose. Se poi il fare queste cose differenza o accomuna ad altre forze politiche, lo si vede sul campo». Insiste il presidente del Movimento Roosevelt: «Bisogna passare dalle parole alle cose, dall’apparenza alla sostanza». Ovvero: «Chi vuole costruire qualcosa non lo deve fare “contro” qualcuno». Pessimo esempio, lo squallido spettacolo dei reduci del sedicente centrosinistra che fanno il tiro al bersaglio, sui media, sparando sul neo-ministro dell’interno e leader della Lega.

«Bisogna che la si smetta – scandisce Magaldi – con questa retorica per cui, ad esempio, il lucidissimo e coraggioso Matteo Salvini, che ha fatto una grandissima maturazione politica, viene svillaneggiato quotidianamente da pennivendoli di un regime ormai decadente, che lo dipingono come xenofobo, fascista e razzista, ostile agli zingari e agli islamici». Accuse completamente infondate: «Se si va a vedere la sostanza delle parole e delle azioni di Salvini, si scopre che non c’è nulla di tutto questo». In più, chi spara sul leader leghista – secondo Magaldi – sta sparando sull’Italia: «Si sbaglia in modo clamoroso a demonizzare questo politico, e insieme a lui una classe dirigente che si è assunta l’onere – davvero gravoso – di ridare all’Italia un qualche posto dignitoso nel contesto internazionale ed europeo». Addirittura, per Magaldi, Matteo Salvini «è il primo politico italiano del XXI secolo che abbia la statura dello statista, con tutti i limiti». Certo, ha un passato criticabilissimo:«Il Salvini che è stato consigliere comunale a Milano e che ha militato nella Lega di Bossi e Maroni non svettava né per originalità di pensiero né per particolare spessore nelle proposte politiche. Difendeva cose indifendibili e aveva atteggiamenti sguaiati, tipici della Lega delle origini – che qualche buona istanza, comunque, ce l’aveva». Ma poi, bisogna ammetterlo, è nato il “nuovo” Salvini: quello che oggi gli eurocrati temono.

«Questo Salvini si è strutturato, si è messo in discussione con umiltà e abnegazione, si è messo a studiare politica ed economia seriamente», sostiene Magaldi. «Ha dato l’avallo a una scuola politica di prim’ordine diretta da Armando Siri, attuale sottosegretario alle infrastrutture e ai trasporti – scuola in cui ha insegnato Nino Galloni, mentre la regia tecnica è di un altro “rooseveltiano” come Aldo Storti, un raffinatissimo intellettuale che mette insieme cultura scientifica e cultura umanistica». Salvini? «S’è messo in una traiettoria che, se continua così, lo porterà sicuramente a essere uno dei protagonisti della scena politica, non solo italiana ma europea». Salvini “progressista”? «Oggi – insiste Magaldi – si può essere progressisti se si ama la libertà, la democrazia sostanziale, con un approccio social-liberale alle questioni che riguardano la cittadinanza». Ancora: «Si può essere progressisti se si guarda alla tradizione prendendo ciò che c’è di meglio, però aprendosi alle novità secondo coscienza». Le idee, continua Magaldi, si possono cambiare e migliorare. «Salvini lo ha fatto, e in questo senso è senz’altro un progressista: è progredito sulla sua storia, ha cambiato quello che doveva cambiare mantenendo la passione iniziale. E oggi ha sostenuto Savona, dopo aver portato in Parlamento personaggi come Bagnai e Borghi. Sta portando il meglio del pensiero economico italiano nelle stanze del potere».

Ovvio che gli sparino addosso, ogni giorno, i rottami di un establishment – sconfitto alle elezioni – che ha messo in secondo piano gli italiani per obbedire a diktat stranieri, come tragicamente ammesso dallo stesso Sergio Mattarella, nello sbarrare la strada a Paolo Savona per il timore dello spread, cioè il ricatto della finanza privata, manovrata da massoni neo-aristocratici. Un’imposizione inaudita e vessatoria, ai danni dell’autorità (vistosamente dimezzata) delle istituzioni repubblicane. E’ a questo, che Salvini e Di Maio si sono opposti, forti del mandato popolare che sorregge il governo Conte, approvato da oltre il 60% degli italiani (ma la stima è prudente, perché a tifare per i “gialloverdi” è anche Fratelli d’Italia, senza contare la non-opposizione dell’elettorato berlusconiano). Reddito di cittadinanza, meno tasse e pensioni dignitose: non è progressista, il “contratto” di governo? Perché piace, agli italiani? E perché gli elettori hanno appena sfrattato il Pd anche dalle Regioni rosse? Evidente: il centrosinistra ha creato disoccupazione in ossequio ai diktat dell’Ue, ha alzato le tasse per reggere la gestione finanziaria dell’euro e, sempre per lo stesso motivo, ha ingoiato il Fiscal Compact e varato l’abominevole riforma Fornero, tradendo anche i pensionati.

Salvini, l’asso pigliatutto di questa interminabile stagione elettorale, forse sta anche facendo da scudo umano al governo Conte: è il parafulmine (innaturale) di ogni gazzarra scatenata dagli sconfitti, e dai media loro alleati, che non trovano di meglio che attaccare il ministro dell’interno sui migranti, sui Rom, sull’Islam. Gioele Magaldi oggi difende Salvini su tutta la linea: «E’ uno che – sulla vicenda dei Rom e su quella dei migranti – non ha affatto detto parole di discriminazione. Ha chiesto, per l’ambiente sociale dei Rom, anche una tutela dei minori, spesso abusati perché privati dei diritti dell’infanzia. Che c’è di strano nel proporre un censimento, come per tutti gli altri italiani? Salvini ha detto semplicemente che vuole introdurre anche lì un principio di legalità, com’è normale per un neo-ministro degli interni». Idem per gli islamici: «La mistificazione regna totale, sulle parole di Salvini. Titoloni sul fatto che chiude le moschee, facendo una crociata anti-islamica, mentre si limita a pretendere che le leggi laiche dello Stato stiano al di sopra di qualsiasi legge religiosa. E non c’è solo un fanatismo islamico, ci sono anche integralismi ebraici e cattolici». E invece, ogni volta che Salvini apre bocca «le vestali del finto progressismo si allarmano, si stracciano le vesti e vengono a fare questo piagnisteo isterico, che in realtà denuncia il loro senso di frustrazione e impotenza». Si vuole rimettere in piedi la cultura progressista? Meglio non sparare, allora, sul progressista Salvini: che, da statista – ribadisce Magaldi – sta lavorando innanzitutto per l’Italia.

via Libreidee