La crisi in Corea, alla vigilia del vertice fra le delegazioni di Seul e Pyongyang, appare ancora oggi di difficile risoluzione. I due governi sono molto distanti sul futuro della penisola, così come lo sono le potenze internazionali coinvolte nello scenario coreano. E per adesso, lo stallo, più che al pericolo di una guerra, è dovuto principalmente all’assenza di alternative credibili allo status quo che si è venuto a creare negli ultimi anni e con gli ultimi mesi di escalation missilistica. Da parte della Corea del Nord e degli Stati Uniti d’America, la minaccia di una guerra è sempre all’ordine del giorno.

Ma la verità è che dietro questa retorica bellicista portata avanti anche dagli stessi leader dei rispettivi Paesi, Kim Jong-un e Donald Trump, nessuno sia intenzionato effettivamente a scatenare una guerra. Troppi i rischi, le spese, il numero di morti e la minaccia di una catastrofe nucleare che aprirebbe la via a scenari finora imponderabili. Se però la guerra è uno scenario che sembra sempre attuale ma sempre fondamentalmente distante, ce n’è un altro, specialmente negli ultimi mesi, che ha un rischio ben maggiore di diventare realtà: il collasso del regime. Le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale al governo di Pyongyang e l’isolamento sempre più marcato del governo nordcoreano rispetto ai desiderata di Pechino mettono ora la Corea del Nord di fronte all’eventualità di vedere il proprio sistema collassare per motivi sia autoindotti da scelte politiche ed economiche fallimentari sia per motivi eterodiretti, legati all’embargo internazionale. Una situazione che sta conducendo la Corea del Nord sull’orlo del precipizio e che forse è stato il motivo principale per cui Kim Jong-un ha scelto la via della diplomazia aprendo alla partecipazione ai Giochi invernali in Corea del Sud e, soprattutto, ai colloqui diretti con quest’ultima.

L’eventualità del collasso della Corea del Nord è un tema che preoccupa Kim Jong-un probabilmente quanto preoccupa il governo di Moon Jae-in e quello della Cina. Naturalmente è chiaro che il leader nordcoreano abbia ogni motivo per guardare con orrore all’implosione politica ed economica del proprio Paese. Il suo è un regno in cui la leadership della dinastia permea ogni parte dello Stato e non esiste un Kim senza potere in Corea del Nord. Ma la sopravvivenza del regime, paradossalmente, è un obiettivo che interessa anche la Corea del Sud. Seul, come Pyongyang, ha un ministero della Riunificazione che formalmente s’impegna a preparare il terreno per la ricostruzione di una Corea unita. Ma questa formale ammissione di interesse a uno Stato coreano che riunisca la punta meridionale della Corea del Sud con le rive del fiume Yalu al nord, nasconde in realtà la chiara idea da parte sudcoreana di vedere come un pericolo estremo quello di ritrovarsi un Paese al nord che possa essere riunito con il Sud. In questi decenni, i due Paesi hanno preso strade completamente diverse, creando sistemi economici, culturali, politici e bellici del tutto distanti, divergenti e soprattutto con i rispettivi governi quali nemici della propria propaganda.

In caso di collasso del Nord, per la Corea del Sud si aprirebbero scenari di una tale instabilità che farebbero tremare le stesse fondamenta dello Stato meridionale della Corea. Milioni di profughi, un sistema di accoglienza assolutamente incapace di rispondere all’emergenza, l’arrivo di persone fondamentalmente sconosciute e ostili, mancanza di lavoro e uno Stato a Nord che potrebbe essere in mano a fazioni avversarie con arsenali missilistici e nucleari alla mercé di una casta di militari non tenuta in mano da un governo. E se anche la Corea del Sud, con il supporto Usa o giapponese, avesse l’ordine (o l’approvazione?) per “invadere” il Nord, riunire uno Stato del tutto diverso, impoverito e isolato per decenni sarebbe un colpo durissimo alla propria economia e alla propria politica.

Se già la riunificazione della Germania dopo la caduta del Muro di Berlino fu un problema molto importante per la politica e l’economia tedesche, nonostante comunque una generale unità di popolo e un sistema infrastrutturale ed economico a Est meno forte ma comunque presente, si può immaginare quali possano essere le difficoltà per la Corea del Sud in caso di unione con il Nord: rischi che a Seul non vuole correre nessuno. D’altro canto, anche la Cina, impegnata attivamente nei colloqui per la denuclearizzazione della penisola e per la fine delle ostilità fra Pyongyang e Seul, non vede di buon occhio una possibile riunificazione, specie se essa, come ovvio, diventasse una riunificazione sotto bandiera sudcoreana. Avere un partner degli Stati Uniti al proprio confine con una nazione sostanzialmente raddoppiata non è l’aspettativa migliore per Pechino, che preferirebbe piuttosto avere un governo nordcoreano meno rigido e isolato ma comunque legato alla politica cinese. Un partner scomodo, ma meno recalcitrante, sarà sempre meglio di una Corea riunita ma ancora troppo legata a Washington. E non a caso si era parlato di un intervento preventivo cinese in Corea del Nord per evitare il collasso del regime o, peggio ancora, una guerra.

L’articolo Lo scenario che nessuno vuole
non è la guerra ma il collasso
 proviene da Gli occhi della guerra.