Il raid in Siria del 14 aprile si inserisce in un quadro di costante peggioramento dei rapporti tra Occidente e Russia: sia che il sistema internazionale si diriga verso una nuova “Guerra Fredda”, sia che imbocchi la strada del confronto militare, in ogni caso è certo che il mondo sarà sempre più polarizzato tra blocchi contrapposti. Una delle principali linee di faglia è il Mediterraneo: l’Italia sta già pagando a carissimo prezzo gli effetti dei conflitti che infiammano la regione, ma rischia di essere coinvolta direttamente a causa delle strategiche basi NATO. I margini di manovra politica dell’Italia, proprio come ai tempi della Guerra Fredda, si riducono ulteriormente: Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sono i grandi beneficiari di questa nuova stagione.

Una Guerra Fredda/Calda da cui l’Italia non potrà rimanere fuori

Nonostante l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, le relazioni tra la NATO e la Russia sono in costante peggioramento, a testimonianza che è l’establishment liberal, più che il personale politico eletto “democraticamente”, a dettare la linea. Il nuovo round di sanzioni (che si sono abbattute sul colosso russo dell’alluminio Rusal), la crisi diplomatica seguita al caso Skripal, i tentativi sempre più frequenti di rovesciare governi “russofili” (Repubblica Ceca, Slovacchia, Malta e, da ultima, l’Armenia), la speculazione che sta infierendo sul rublo, sono segnali di una tensione crescente. In questo quadro si inserisce anche il blitz tripartito (USA-UK-Francia) contro la Siria che, pur rimanendo sinora circoscritto ai bombardamenti del 14 aprile, dimostra come l’escalation militare, regionale o internazionale, sia ormai nell’ordine delle cose (come testimonia anche la decisione russa, finora sempre evitata per non urtare gli interessi israeliani, di fornire a Damasco i sistemi di antiaerea S-3001).

Sia che il sistema internazionale si diriga verso una nuova “Guerra Fredda”sia che imbocchi la strada della “guerra egemonica”, in ogni caso è certo che sarà sempre più polarizzato, diviso cioè tra blocco euro-atlantico (NATO/UE) e blocco euro-asiatico (Russia, Iran e Cina). Questa dinamica internazionale implica, come il blitz del 14 aprile ha egregiamente dimostrato , una “irreggimentazione” generalizzata: posizioni di neutralità non sono più tollerate, specie per quei Paesi che rivestono un importante ruolo geopolitico. Per l’Italia, collocata nel cuore del Mediterraneo, il deterioramento delle relazioni tra Russia e NATO ha già comportato una lunga e gravosa serie di conseguenze e ne comporterà di maggiori nel prossimo futuro.

Il primo effetto, già evidente da anni ed allargato a tutti i Paesi europei, è la riduzione coatta dei rapporti economici e commerciali: per un Paese per l’Italia, che strinse i primi rapporti energetici con l’URSS durante il Ventennio fascista e li rafforzò ulteriormente nel dopoguerra attraverso l’ENI (per svincolarsi dal monopolio energetico angloamericano), questa imposizione comporta ingenti perdite. Il South Stream, che avrebbe dovuto rifornire l’Europa meridionale e trasformare l’Italia in un importante nodo energetico, è stato cancellato nel 2014, sull’onda della crisi ucraina. Alla cancellazione di questo gasdotto, dirottato verso i Balcani e l’Austria, si sono aggiunte poi le pesanti sanzioni commerciali imposte dall’Unione Europea e costateci 5 miliardi di euro tra il 2014 ed il 2017.

Il secondo effetto è l’altissimo prezzo, in termini economici e di sicurezza, pagato dall’Italia a causa della sua posizione geografica specifica, che la colloca sulla linea di faglia tra i due blocchi, Ai nostro confini, infatti, si confrontano le due pressioni opposte: quella destabilizzante degli angloamericani e quella consolidante dei russi. La Libia di Gheddafi era un fondamentale partner commerciale per l’Italia come lo era per la Russia; la Siria di Bashar Assad non era soltanto un vitale punto d’appoggio per la marina russa, ma anche un importante mercato per l’ENI e le aziende italiane. Le Primavere Arabe e gli interventi militari atlantici hanno così posto l’Italia nella paradossale posizione di essere schierata con quelle potenze che lavoravano contro i nostri interessi: a fianco della NATO nei bombardamenti sulla Libia, a fianco del governo di Tripoli nel dopoguerra libico anziché col governo di Tobruk ed il Cairo, a fianco della NATO con l’imposizione delle sanzioni alla Siria. Se gli angloamericani dovessero tentare la destabilizzazione dell’Algeria e dell’Egitto, due colossi sempre più vicini alla Russia ed alla Cina, sarebbe il colpo di grazia alla stabilità del Mediterraneo e dell’Italia.

Il terzo effetto, emerso chiaramente con il raid del 14 aprile, è il ruolo cruciale giocato nella penisola in qualsiasi manovra di contenimento/aggressione contro la Siria, l’Iran e la Russia. Il sottomarino americano che ha sferrato l’attacco missilistico era ancorato nel porto di Napoli ed i voli di ricognizione che hanno preceduto il blitz sono partiti dalla base siciliana di Sigonella: nel caso di una campagna militare prolungata nel Mediterraneo Orientale è quindi inevitabile che l’Italia sia trasformata in una grande piattaforma logistica al servizio della NATO. Ospitare basi strategiche espone il Paese a pesanti ritorsioni qualora il conflitto siriano dovesse degenerare anche soltanto in una guerra regionale. Tuttavia, la presenza della basi ha anche gravose ripercussioni politiche: come ai tempi della Guerra Fredda (e persino di più, considerato che l’attuale linea di frizione si colloca più nel Mediterraneo che nell’Europa centro-orientale) l’Italia è infatti un pedina chiave del “contenimento della Russia” e perciò non deve scivolare nel campo avversario.

Dalle elezioni del 1948 sino a quelle del 1992, l’Italia è stata una democrazia “anomala”, in quanto una delle principali forze politiche, il Partito Comunista Italiano, era escluso de facto del governo: il “compromesso storico”, il cui intento geopolitico era evidente (sganciare l’Italia dall’orbita atlantica per traghettarla verso i non-allineati), fu pagato da Aldo Moro con la vita. Una clausola poco nota dell’Alleanza Atlantica era il diritto di intervenire militarmente in qualsiasi Paese del blocco in cui una vittoria dei comunisti alle elezioni politiche avesse messo in forse gli equilibri continentali: come i sovietici intervennero militarmente in Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968), così gli angloamericani tentarono di rovesciare il generale Charles De Gaulle che flirtava con Mosca (1968) e stroncarono brutalmente l’ingresso al governo del PCI con il sequestro e l’uccisione del presidente dalla DC.

A distanza di un quarto di secolo dal collasso dell’Unione Sovietica, il ritorno della “Guerra Fredda” mette l’Italia nelle stesse condizioni. Anzi, le probabilità di un conflitto militare più alte oggi che negli anni ‘60 0 ‘70 (a causa delle sempre maggiore integrazione euroasiatica che pone un limite temporale all’egemonia delle potenze marittime), rendono la situazione della penisola ancora più delicata. Ci sono forze che non possono accedere al governo: quelli che erano i comunisti durante la Guerra Fredda sono oggi i “populisti”. Il mutamento è molto coerente, dopotutto: i partiti comunisti europei stavano alla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche come i partiti nazionalisti stanno oggi alla Russia di Vladimir Putin, orgogliosamente ortodossa, identitaria e conservatrice. Se la polarizzazione sempre più forte tra Occidente e Russia aumenta le pressioni per fermare i populisti (si ricordino i timori in sede euro-atlantica per la vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 2017), allo stesso tempo gioca a favore dei partiti “liberal”, sinonimo di Londra, Washington e Bruxelles.

Il raid in Siria ha chiaramente evidenziato come, in Italia, siano due le forze “liberal” su cui gli angloamericani possono fare indiscusso affidamento. Si tratta del Partito Democratico(Gentiloni: “L’Italia è da sempre un coerente alleato dell’America, chiunque sia a governarla. È una scelta di campo. E non dipende solo dal fatto che gli americani ci liberarono del nazifascismo, ma da una difesa continua dei nostri valori. Nessuna stagione sovranista potrà cambiare il ruolo dell’Occidente e la sua natura”2) e del Movimento 5 Stelle ( Di Maio: “Se qualcuno pensa di utilizzare l’attacco in Siria per sganciare l’Italia dai nostri alleati storici, cioè l’Occidente e i Paesi della Nato, allora mi troverà sempre contrario. Il M5s non ha mai detto di volersi allontanare dai nostri alleati storici”3). Nel caso del PCI-PDS-PD, la svolta atlantica risale allo storico viaggio di Giorgio Napolitano negli USA (aprile 1978, in pieno sequestro Moro), fu testata negli anni ‘90 con la stagione delle privatizzazioni, l’ingresso nell’euro e le guerre in Jugoslavia ed è stata ribadita in questi ultimi anni con l’appoggio del PD all’immigrazione indiscriminata, la campagna per lo ius soli, l’affare Regeni, etc. etc. Il caso M5S è ancora più semplice, trattandosi un partito prodotto in laboratorio, partendo dai servizi angloamericani (Gianroberto Casaleggio, Enrico Sassoon, Umberto Rapetto, etc.) e dal milieu Telecom-Olivetti.

PD e M5S sono quindi i due bastioni dell’atlantismo attorno a cui la UE/NATO cercherà di costruire, ora e nei prossimi anni, i governi utili a tenere la penisola nell’orbita “occidentale” e garantire la piena disponibilità della “portaerei Italia”. Qualsiasi governo “nazionalista” o “filorusso” dovrebbe invece fronteggiare i tentativi di destabilizzazione sperimentati da Joseph Muscat, da Andrej Babis in Repubblica Ceca, da Robert Fico in Slovacchia, da Vicktor Orban in Ungheria: terrorismo, rivoluzioni colorate, assalti della magistratura, sanzioni dell’Unione Europea. Tentativi di destabilizzazioni resi ancora più facili dalle specifici condizioni economico-finanziarie dell’Italia (l’alto debito pubblico e l’impossibilità di emettere moneta) e più spietati a causa della cruciale posizione geografica dell’Italia. Supponiamo, infatti, che l’Italia dovesse intraprendere un percorso simile alla Turchia, raffreddando i rapporti con gli angloamericani sino a minacciare la chiusura delle basi e dotandosi parallelamente sistemi di difesa aerea russi S-400: si tratterebbe di una rivoluzione geopolitica che scuoterebbe alle fondamenta il Mediterraneo, giustificando ben altro che un nuovo assassinio Moro.

Sugli sviluppi del raid atlantico in Siria permane ancora l’incertezza: molto dipenderà delle intenzioni della portaerei USS Harry S. Truman che sarà dislocata entro aprile davanti alle coste siriane, insieme al suo gruppo d’attacco. Quel che è certo è la tensione internazionale è destinata inesorabilmente a salire nei prossimi mesi: l’Italia, come e forse più che ai tempi della Guerra Fredda, sarà un campo di battaglia decisivo nel duello tra i due blocchi.

Dal Blog di Federico Dezzani

1https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-russia-missiles/russia-may-consider-supplying-s-300-missile-systems-to-syria-idUSKBN1HL0H3

2https://video.repubblica.it/politica/siria-gentiloni–l-italia-non-e-neutrale-siamo-da-sempre-alleati-degli-stati-uniti/302519/303153

3https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/17/siria-di-maio-salvini-dichiarazioni-irresponsabili-bene-gentiloni-sbagliato-sganciare-italia-da-alleati/4297567/