L’EURO E LA FORTUNA DELLA GERMANIA

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Estratto dello uno studio pari titolo apparso sul n. 103, giugno 2017, della Rivista online AIAF, Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari

Da almeno quindici anni il commercio estero divide in due l’economia europea: da un lato le poche economie, guidate dalla Germania, che guadagnano posizioni in termini di scambi commerciali e quindi di reddito nazionale, dall’altra quasi tutte le altre, che arrancano o perdono posizioni.

Così, capita proprio come nel gioco delle carte, dove il vincitore a ripetizione suscita il sospetto di tutti i perdenti, che si chiedono: dove sta il trucco? Che ci sia lo zampino dell’Euro?

Quando si cercano spiegazioni di una divaricazione così imponente tra le fortune delle diverse economie nazionali, dando pure per assodata l’efficienza dell’economia tedesca, solitamente ci si rifà al momento iniziale della moneta comune europea, ossia alla fissazione di un rapporto di cambio sbilanciato tra Marco tedesco e Euro, che avrebbe favorito la Germania. Ora, questa spiegazione, seppure ha qualche fondamento, richiama una decisione che ha agito una tantum, è acqua passata che non macina più. Macina invece ancora, eccome, l’acqua che fa girare il mulino dell’Euro.

Compensando in un unico contenitore, l’Eurozona, il surplus commerciale di qualche Paese forte con i deficit degli altri, finisce per alleggerire il cambio per i primi e ad alzarlo per gli altri, beninteso rispetto alla situazione precedente la sua istituzione, con monete che fossero rimaste nazionali.

Infatti, nel primo caso, la maggior richiesta di valute estere, principalmente dollari USA, da parte dei compratori esteri extra Eurozona di merci di Paesi europei in surplus innalza il valore dell’Euro; nel secondo, la maggior richiesta di valute estere da parte di compratori europei dell’area Euro tende ad abbassare e il cambio dell’Euro.
Insomma, l’Euro favorisce le esportazioni verso i Paesi esterni all’area da parte delle economie che già vantano un surplus nella bilancia commerciale e frena, invece, quelle delle altre. Qualcosa di assolutamente contrario ad un criterio di solidarietà, che non trova invece manifestazioni in un patto tra Paesi per questo verso ancora molto lontani.

Invocata come àncora di salvezza per le economie deboli, a cui avrebbe imposto una maggiore disciplina, allo stato dei fatti la moneta comune mostra invece anche la faccia perversa del suo meccanismo valutario. L’Italia si pone in una posizione intermedia: per qualche tempo ha sofferto come Paese debole, ma da qualche anno a questa parte almeno per questo aspetto è riuscita a mettersi dalla parte dei Paesi forti.

Sono due le principali osservazioni che sostengono questa tesi. La prima, un forte indizio, è la coincidenza temporale tra l’avvio della divergenza tra Germania e altri Paesi per andamento della bilancia commerciale.

Il momento magico di avvio del successo tedesco. 

Il momento di avvio della accelerazione degli scambi della Germania rispetto agli altri maggiori Paesi è significativo, come emerge bene nel grafico 1, ripreso da una pubblicazione dell’OCSE. I dati comprendono qui il risultato anche dello scambio dei servizi, oltre a quello delle merci. Il periodo di tempo è molto lungo e così si può notare chiaramente che il momento di avvio del vantaggio della Germania coincide con l’introduzione della moneta comune, l’Euro.

Grafico 1 – Saldo delle partite correnti di alcuni Paesi dell’Eurozona

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Il balzo degli scambi verso i Paesi esterni all’Eurozona
La seconda osservazione, che si aggiunge alla prima in concordanza perfetta, è che il commercio estero tedesco si è sviluppato in modo particolarmente fortunato per la parte rivolta ai Paesi al fuori di fuori dell’Eurozona, con cui ovviamente gli scambi sono denominati in moneta diversa dall’Euro.
Come ben si vede nel Grafico 2, questa maggiore crescita ha portato nel 2015 la quota delle esportazioni tedesche verso Paesi extra-Eurozona relativamente a quelle tedesche complessive a sfiorare il 64%, assai maggiore di quella raggiunta dall’Italia e, ancor più, dalla Francia.

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Circa le esportazioni della Francia occorre tuttavia precisare che i dati INSEE, su cui è costruito il relativo grafico, escludono esplicitamente la voce “matériel militaire”, ossia una voce verosimilmente importante del commercio francese, e così il valore delle esportazioni francesi risulterebbe sottostimato.

In termini di risultato economico, i valori del saldo commerciale con i Paesi extra-Eurozona crescono per la Germania mediamente del 10,9% annuo, ritmo notevolissimo, tanto più se confrontato con il corrispondente saldo costantemente negativo della Francia ed anche con quello italiano, sempre positivo – salvo il periodo della crisi, dal 2006 a 2011 – ma molto inferiore.

Difficile negare come il cambio della moneta comune abbia dato una bella spinta agli scambi con l’estero dei Paesi già forti nelle esportazioni, facilitati, nella comunanza monetaria, dalla compagnia di altri, poco bravi o addirittura proprio sfortunati in questo settore. Infatti, questi ultimi Paesi apportano e mettono in comune nell’area monetaria i loro deficit commerciali e così assorbono in parte o annullano completamente il surplus generato dagli altri.

In termini di risultato economico, i valori del saldo commerciale con i Paesi extra-Eurozona crescono per la Germania a ritmo notevolissimo, mediamente del 10,9% annuo, molto superiore rispetto ai ritmi degli altri due Paesi considerati; il surplus commerciale tedesco verso l’extra-Eurozona sale a 166,9 miliardi di euro nel 2015 e a 169,4 nel 2016, livello ben superiore a quello che anche Italia è riuscita a mettere insieme, rispettivamente 48,5 e 55,1 miliardi di euro.

L’accumulo anno dopo anno di consistenti avanzi commerciali da parte della Germania suscita da tempo le preoccupazioni delle istituzioni internazionali, che lo considerano come uno degli squilibri indesiderati facenti capo appunto alla Germania, capofila dei pochi Paesi europei capaci di vantare un ingente saldo commerciale attivo; ma anche dei Paesi concorrenti, sia all’esterno sia all’interno dell’Unione Europea; una organizzazione economica che anche per questo aspetto appare come una incompiuta, in cui alcuni Paesi avvantaggiati non hanno interesse ad accelerare la transizione verso forme di organizzazione e a regole di comportamento più avanzate e più eque.

Giovanni Bottazzi

via Scenarieconomici

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