Il settore agricolo è stato uno dei più colpiti dall’apertura alla concorrenza dei mercati internazionali. La liberalizzazione degli scambi ha portato sulle tavole italiane grani americani trattati con glifosato (erbicida prodotto dalla Monsanto, vietato in Italia, ma non in tutta Europa) e radioattivi di provenienza russa, bielorussa e ucraina, riso proveniente dall’Asia (India, Vietnam, Cambogia, e Tahilandia in testa), olio d’oliva spagnolo, greco, turco e tunisino (quest’ultimo dal 2019 a dazi zero e senza quote) e quant’altro.

“Ormai i due terzi delle importazioni non pagano più dazi a causa dell’introduzione, da parte dell’Ue, del sistema tariffario agevolato per i Paesi che operano in regime EBA a dazio 0 – spiega Paolo Dellarole presidente di Coldiretti Vercelli e Biella con delega al settore risicolo – . Questa situazione non è più ammissibile perché sta agevolando solo le multinazionali del commercio con pesanti ricadute economiche sui nostri imprenditori agricoli.” Sono aumentate dell’800% nel 2017 rispetto allo scorso anno le importazioni di riso dalla Birmania (fonte Coldiretti).

Un pacco di riso su quattro venduto in Italia – sottolinea la Coldiretti – contiene prodotto straniero proveniente spesso da paesi dove non sono rispettati gli stessi standard ambientali, sociali e di sicurezza. L’Italia è il primo produttore europeo di riso con un territorio di 237 mila ettari ed un ruolo ambientale insostituibile, oltre ad opportunità occupazionali.

Per quanto riguarda il grano, importiamo più del 50 per cento del grano tenero per pane e prodotti da forno, e il 30/40 per cento del grano duro usato per fare la pasta. Nel 2016 l’Italia ha circa quadruplicato il grano di importazione dall’Ucraina rispetto all’anno precedente, passando dalle 139 mila tonnellate del 2014 a 600 mila tonnellate. L’istituzione ultra liberista per eccellenza, l’Unione Europea, ha siglato un accordo di libero scambio con l’Ucraina, entrato in vigore il 1 gennaio 2016.

Tale accordo ha eliminato in parte i dazi di importazione rendendo più competitivo il grano ucraino, che secondo il rapporto di Greenpeace “Nuclear scars: The Lasting Legacies of Chernobyl and Fukushima” è ancora ampiamente radioattivo. Attualmente, lamentano gli agricoltori, le importazioni di grano sono praticamente libere, non regolamentate da leggi che in qualche modo tutelino produzione italiana che garantisce sicuramente maggior controllo della filiera e quindi maggiore sicurezza per i consumatori. I maggiori costi di mano d’opera e la maggiore tassazione rendono i produttori nostrani meno competitivirispetto a quelli dei mercati esteri.

Ecco dove ci hanno condotti le politiche liberiste promosse dalla UE: agricoltori italiani costretti a vivere di sussistenza a causa dei prezzi troppo bassi imposti dalla competitività internazionale e prodotti esteri di dubbia qualità sulle nostre tavole.

Per tutelare la produzione nazionale e far tornare a produrre gli agricoltori italiani sarebbe opportuno attuare una politica moderatamente protezionista, imponendo dazi (ai quali anche liberali come Einaudi e Ropke erano favorevoli) su grano, riso, olio d’oliva et similia, costringendo così le grandi filiere produttive ad acquistare 100% italiano. In base ai trattati comunitari (art 3 TFUE), però, solo l’Unione europea può imporre dazi. Altro baluardo globalista da superare sarebbe il regolamento WTO.

Tutto alla fine si riduce a due opzioni: continuare sulla via liberista imposta dall’Unione Europea e morire lentamente oppure riscattare la propria sovranità e tornare padroni della nostra politica agricola e commerciale.

(di Matteo Mariotti) – Oltre la Linea