L’Europa, ma l’Occidente in un respiro più ampio, ha smarrito il senso della dignità dell’uomo. Il clero intellettuale e politico liberal-progressista si riempie la bocca della parola diritto, usandola spesso e volentieri a sproposito; la confonde, volontariamente o meno, con un altro termine: desiderio, o vizio in un’ottica tale da sfociare, com’è ovvio, nel consumismo sfrenato.

Non ci sarebbe nulla di male: o meglio, la società capitalista come la nostra possiede per natura una tendenza consumistica. L’acquisto smodato di oggetti, dai telefoni ai computer, dai capi d’abbigliamento delle grandi firme alle automobili di ultima generazione, sono una caratteristica del capitalismo cui siamo abituati e in cui ci troviamo giocoforza a vivere, che ci piaccia o meno. Anzi, per sopravvivere a quest’inferno spesso e volentieri abbiamo dovuto esserne complici, altrimenti saremmo stati tagliati fuori dal mondo senza poter lavorare o anche solo relazionarci con i nostri cari e amici.

Ma fino a quando si tratta di compravendita di vestiti o effetti personali possiamo chiudere, seppur controvoglia, un occhio; il problema sorge quando sono i bambini ad essere comprati e venduti. Negli ultimi anni la medicina e la genetica hanno fatto passi da gigante nella ricerca; la fecondazione in vitro è uno degli ultimi risultati raggiunti. La tecnologia ha fatto sì, in un secondo momento, che si sviluppasse quello che si può definire un impianto commerciale florido, cioè dell’utero in affitto o, più politicamente corretto, della maternità surrogata. Corollario è la possibilità di creare tout court un bambino o una bambina dalle caratteristiche perfette e secondo i gusti dei compratori: sia l’aspetto fisico, sia il carattere del nascituro.

A prezzi, ovviamente per il settore, competitivi (ma non economici). Dietro alla creazione di un individuo si è instaurato un business raccapricciante: coppie fertili o sterili, eterosessuali o omosessuali si rivolgono a queste industrie perché realizzino il proprio sogno di avere in casa il bimbo ideale, senza nei od ombre. In molti Paesi, non ancora in Italia, questo capriccio è legale. Viene da chiedersi e da domandarsi sulla dignità di queste persone; va da sé, di chi paga questo servizio, di chi si porta in grembo il feto e chi guadagna dietro a tutto ciò.

I bambini non ne hanno colpa; un paragone forse calzante e che può descrivere bene questo commercio è quello con una pizzeria d’asporto: il cliente sceglie cosa mettere sopra la pizza, quali ingredienti e il pizzaiolo esegue l’ordine. Basta che paghi. Sfortunatamente, in questo caso non si parla di cibo o di gustosi piatti da gustarsi una volta, e poi basta: le persone non sono oggetti, e secoli se non millenni di filosofia e di cultura avrebbero dovuto insegnarcelo. Sembra, alla fine, di no: le battaglie dei diritti civili hanno stravolto la concezione che l’individuo e la società hanno reciprocamente l’uno nei confronti dell’altra; l’individuo si è assolutizzato in favore di un egoismo egocentrico, e il valore e il rispetto verso l’altro si sono eclissati.

Si parla a sproposito di tolleranza, l’odioso obbligo di sopportare l’esistenza delle altre persone, e mai di un più sano e civile rispetto dovuto sia a se stessi sia verso gli altri -in quanto tutti individui dalla medesima dignità. Se ci si rapportasse rispettosamente tra noi e divenisse questo il fulcro del dibattito intellettuale forse si tenderebbe di meno a vedere l’utero in affitto come un mezzo con il quale realizzare la perfetta bambolina da esporre con amici e parenti, per ritornare al vecchio e tradizionale concepimento o all’adozione o all’affido di quei bambini e di quelle bambine che sfortuna ha voluto giungessero al mondo senza genitori, o si ritrovassero in famiglie con gravi problemi di diversa specie.

Loro sì che hanno bisogno di un padre o di una madre, o quanto meno di affetto. Ma ritorniamo per un momento sulle parole rispetto e dignità. E parliamo dunque di quei neonati e delle loro famiglie cui sono stati tolti entrambi per un metafisico “bene del minore”, ma che a conti fatti rientra sempre nella visione del mondo che la società occidentale ha della persona. I casi di Alfie e Charlie sono emblematici, e la stampa internazionale ne ha dato risalto; è strano vedere lo stato arrogarsi il diritto di vita e di morte su un bimbo: di fronte al diniego dei rispettivi genitori di staccare la spina ai propri figli, i giudici hanno invece decretato lo spegnimento delle macchine che tenevano in vita i due bambini, secondo un precedente parere dei medici.

Lo scudo umanitario dietro cui le corti si sono riparate è stata una fantomatica tutela del minore e ad avvalorare la loro tesi, il fatto che le malattie che avevano colpito Alfie e Charlie non presentavano altro decorso che la morte. Non vi si può guarire, e questo è assodato. Ma curare? C’era qualche speranza, si parlava di una cura sperimentale che avrebbe potuto garantire una vita, nei limiti del possibile, dignitosa. Forse, però, i due bambini non sarebbero stati produttivi. Sfidiamo chiunque a lavorare e a produrre con gli standard di oggi mentre si è attaccati ad un respiratore e rimanendo immobili a letto o muovendosi al massimo all’interno di una stanza.

Certamente non sarebbe stato possibile etichettarli come i dipendenti ideali di qualunque azienda; meglio eliminarli, anche perché così non avrebbero gravato sulla spesa pubblica destinata alla sanità. Sembrano congetture, e per certi versi pure forzate; un malato non può, però, essere utile in una società in cui il consumo, la domanda e l’offerta viaggiano a ritmi sovrumani. Anzi è un peso, non produce né consuma: è un parassita dello stato, o un attrezzo di un’officina o di una fabbrica rotto e che dev’essere gettato via. È un essere inutile, senza senso e come tale va eliminato. Un po’ come per noi le zanzare in estate: ci recano fastidio, ci annoiano e non capiamo il perché della loro esistenza.

Qui invece si parla di uomini, di esseri umani strappati alla propria famiglia in virtù di un trascendente “meglio”. Se le vicende di Alfie e Charlie li avessero coinvolti in prima persone come coloro i quali avrebbero desiderato e voluto morire per evitare sofferenze, è un altro paio di maniche: il dibattito si sarebbe spostato sulla libertà di scelta. Nel nostro caso, però, i vincoli famigliari vengono spezzati da una sentenza; lo stato si occupa in prima battuta dell’individuo -a cui viene levata la possibilità di vivere e di provare e ricevere affetto; e tanti cari saluti alla patria potestà, che dovrebbe essere il sacrosanto diritto di ogni uomo e donna che ama il proprio figlio e che in tutte le sue azioni mette quest’ultimo al centro. Anche a rischio della propria vita.

Dov’è finita la dignità umana? Dov’è finito il rispetto? Dov’è finito il loro diritto alla vita, visto che amiamo abusare di questo termine, diritto? Più che di una eutanasia, abbiamo assistito ad un’atroce sentenza capitale su dei bimbi di fronte ai genitori che nonostante i loro sforzi, le loro battaglie e i loro appelli hanno dovuto assistere inermi a quei cuoricini che piano piano e sempre più debolmente si sono spenti, per sempre.

(di Alessandro Soldà) – Oltre la Linea