«Alla ottava ora di lavoro al telefono, sono stanca come dopo venti passate in palestra». Fatima G., 26 anni, designer, spagnola di Salamanca guarda dall’alto della terrazza di São Pedro de Alcântara  l’oceano Atlantico che bagna le spiagge andaluse, in una giornata che il dottor Pereira di Antonio Tabucchi, definirebbe «cristallina». Lei rappresenta i quattromila giovani (pari al 15 per cento della forza lavoro attiva in Portogallo), precari e sottopagati, al lavoro sei giorni su sette in trecento call centre internazionali sparsi tra Lisbona e Porto. E tra questi dannati della flessibilità europea, almeno seicento sono italiani, tra i 25 e i 40 anni, arrivati qui per bisogno, studio o una storia d’amore diventata importante. Il Portogallo del premier socialista António Costa, inventore del motto «Basta austerità!», dopo il maxi prestito del 2011 di 78 miliardi di euro della Troika europea, ha aperto le porte a numerose multinazionali, tra queste molte aziende specializzate nell’offrire servizi di assistenza clienti in outsourcing. A rendere il Paese, fanalino di coda dell’Ue, così appetibile per gli investitori stranieri sono state proprio le garanzie di flessibilità della cruda riforma del mercato del lavoro, il basso livello salariale e i prezzi in picchiata del mercato immobiliare che, ora, è ritornato a crescere. «Il contratto iniziale di sei mesi o un anno in un call centre si usa su uno stipendio di 600-700 euro netti, che può aumentare in base ai progetti e a quante lingue conosci» spiga David F,. 29 anni, di Trieste, laurea in filosofia. «Comunque ben al di sopra del salario minimo nazionale, che solo negli ultimi tempi, ha superato la soglia dei 500 euro lordi». E così, come avvenne in Irlanda negli anni Novanta, decine di società di servizi per il cliente come l’americana Sitel o la francese Teleperfomance, contrattate da colossi come Microsoft, Ford, GM, Philips, Iberia, Orange, Visa, American Express, CitiBank e altri offrono lavoro a migliaia di giovani europei, senza richiedere alcuna preparazione specifica. Migliaia di telefonate, ogni giorno, rimbalzano da Italia, Francia, Spagna e convergono sul Portogallo dove si parla dall’islandese al turco. «Sembra un lavoro piacevole, almeno a vent’anni», spiega Alberto S., 35 anni di Pescara, «La città e il clima sono accoglienti, un affitto vale un quarto che a Milano e sei al mare, ma devi saper gestire anche trenta telefonate in un’ora… ed è un lavoro altamente usurante perché parlare e discutere per ore ti asciuga». Fatima è stizzita: «Ti controllano: ogni tua parola è registrata, ascoltata, analizzata. La tua giornata lavorativa diventa un report con quanti secondi hai parlato, quanto sei stata in bagno e quindi quanto sei produttiva». Il ricambio del personale, è altissimo. «Fuori da qui, la percezione è ingannevole – spiega Francesco B., 27 anni, di Torino, impiegato nel settore automotive. «Arrivi in Portogallo dopo un paio di colloqui via Skype, dove dall’altra parte un formatore ti chiede di mostrargli come riesci a vendergli una bibita. Poi ricevi l’email che conferma l’assunzione in prova, ma il biglietto aereo è a carico tuo. L’azienda però ti offre, soltanto per il primo mese, un appartamento con altri colleghi». Poi ci sono gli Erasmus, che si sono innamorati del Portogallo e vogliono rimanerci a tutti i costi. È la maggior quantità tra gli italiani, una comunità molto attiva e solidale. Trovano subito un lavoro in questi falansteri spalmati in loft in cui una gigantesca e rumoreggiante babele di lingue e nazionalità convive per rispondere a mezza Europa. Le aziende beneficiate dall’esternalizzazione dei servizi con gli sgravi fiscali di Lisbona, per tenersi stretta la commessa, devono fornire un servizio altamente competitivo, in termini di qualità e produttività, altrimenti si perde il contratto. Questo crea pesanti pressioni sugli operatori: sette su dieci di loro dichiarano che, a fine giornata, non riescono a fare niente, talmente sono stanchi e stressati. «Sul lavoro la tensione è al massimo e tutto è meccanizzato, ma al primo errore sei fuori, senza liquidazione o benefit», conclude Francesco B. «Ciò che ho capito di questi luoghi è che sono punti d’osservazione sulle diseguaglianze professionali d’Europa», aggiunge Alberto S,. «Ti rendi conto che nel medesimo posto danesi e svedesi, a parità di formazione professionale e tipo di lavoro, guadagnano di più di un francese e di un italiano che, a sua volta, ha uno stipendio più alto di un portoghese». A determinare la busta paga, infatti, sono le prospettive di lavoro e il trattamento salariale che il tuo Paese d’origine ti può garantire, ma anche la rarità della lingua che parli. «Mi hanno più volte rinnovato il contratto – sottolinea Alberto – perché è legato alla commessa, ma potrebbero cacciarmi per la lamentela di un cliente. Siamo la prima linea delle aziende, ci piove addosso di tutto».

di Roberto Pellegrino

L’articolo La patria dei call center e dei lavoratori precari proviene da Gli occhi della guerra.