La demagogia più estrema? Affidarsi alla cieca a questa “Unione”. Se leggiamo i programmi elettorali di Lega e 5 stelle è evidente che non hanno capito la situazione grave in cui l’Italia si trova” scrive Michele Salvati sul Corriere della Sera del 19 aprile. L’eccellente commentatore corrierista ricorda con ottimi argomenti alcuni nodi cruciali dello sviluppo dell’economia nazionale che hanno bisogno di cure ben più articolate di quelle che sono presenti nei programmi dei due partiti che hanno avuto le maggiori affermazioni nel voto del 5 marzo. Poi però la ricetta fondamentale a cui Salvati affida i mali dell’Italia è quella di affidarsi più o meno alla cieca all’Europa. Ma l’ottimo professore di sociologia economica ha una vaga idea di quali sono le dinamiche in corso oggi nel Vecchio continente? Vi è un asse baltico che unisce la Germania “anseatica” alle nazioni del Nord (dalla Svezia all’Olanda) che non vuole le riforme macroniane. Vi è un asse mitteleuropeo che collega Baviera ad Austria e Ungheria che non vuole le riforme macroniane. Vi è un uso assai consistente di nazionalismo che Emmanuel Macron ha messo in campo per rimediare alle scarse basi politico-sociali del suo potere nazionale e che è riuscito a irritare persino l’azzoppata Angela Merkel. Per carità di Continente non parliamo poi di Spagna (e Catalogna), Gran Bretagna e dell’ex aspirante all’Unione cioè Ankara. E non accenniamo neanche alla questione russa. La demagogia leghista (che comunque è ben altra cosa rispetto a quella del movimento di protesta irrazionale grillino) impallidisce di fronte a quella di chi sostiene che affidandosi a questa “Unione” tutto sarà risolto. Chi persegue quest’ultima impostazione non ha capito la situazione grave in cui l’Europa si trova.

Eni delenda est. Un nuovo Paese teatro di contestate tangenti Eni in Africa, il Congo dopo Algeria e Nigeria”. Così scrive  Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del 6 aprile. Accanto alle consultazioni formali, ci sono quelle sostanziali di quei settori della magistratura da tempo impegnati a destrutturare i pochi grandi gruppi industriali che ci rimangono: poi potrà governare chi vuole, tanto su decisioni fondamentali Roma non avrà più gli strumenti per influire.

Ma serve ancora la democrazia?. Turkey has brought forward elections that could pave the way for a single-party state with few checks on the power of the president to 24 June, a year and a half ahead of schedule”. Kareem Shaheen scrive sul Guardian del 19 aprile che Recep Tayyip Erdogan persegue il suo obiettivo di un regime fondato sul predominio di un solo partito senza reali bilanciamenti, e lo fa convocando elezioni anticipate. E’ difficile non essere quasi terrorizzati per quel che sta combinando il presidente turco: blocca una nave dell’Eni nelle acque di Cipro, minaccia isolette greche del Dodecaneso, arresta senza adeguate garanzie giuridiche cittadini di ogni tipo con particolare accanimento su giornalisti e professori universitari, aggredisce i curdi in Siria, sembra aver dimenticato di far parte della Nato. Però quel suo voto anticipato glielo invidiamo: le elezioni sono sempre una prova di vitalità di una società, non un vulnus alla libertà. Saltando di palo in frasca, comprendo anche le diffidenze verso gli interventi del governo polacco sulla magistratura, però non capisco come si possa, contemporaneamente chiudere gli occhi sulla Spagna dove sono in galera senza processo, numerosi rappresentanti del popolo della Catalogna, regione autonoma a cui dopo il voto di dicembre viene impedito di avere un governo. In una situazione internazionale assai disordinata è ragionevole invitare alla cautela nei comportamenti politici, però chi si rivolge all’opinione pubblica deve combinare la ricerca della verità con il sacro rispetto della democrazia: sognare scorciatoie di poteri nazionali o sovranazionali che trascurino la volontà degli elettori, significa solo prepararsi un avvenire ancora più buio. Anche contro le evidenti posizioni demagogiche presenti in tante parti dell’Europa, l’unica cura è la democrazia: la strada sarà più lunga ma le soluzioni alla fine saranno solide non traballanti come quelle determinate ad esempio in Italia dalla sfilza di governi (dal 2011 fino al 2018) a bassa legittimità politica e popolare.

Incanaglire l’opinione pubblica è esecrabile? Forse, ma non ci si può dimenticare quanto ci si divertiva a farlo. Incanaglire ad arte l’opinione pubblica più vulnerabile è dunque un’attività esecrabile”. Michele Serra sulla Repubblica del 15 aprile commenta la chiusura dei vari programmi “populisti” di Mediaset alternando deprecazioni per il partito/azienda e per i programmi di odio e così via. Però traspare un velo di nostalgia per la pratica dell’arte di incanaglire l’opinione pubblica più vulnerabile. Ah! Bei tempi in cui si poteva incanaglire all’impazzata sui ladri craxiani, su quei montati degli stilisti – sartine, su quel porco di Berlusconi!

via L’Occidentale