Il 2017 sarebbe dovuto essere l’anno del crollo del sistema europeista che, in lungo e in largo per il continente, viene difeso da una consistente frangia del mainstream, più o meno a ragione. Le prime avvisaglie le aveva già date la situazione spagnola dove, dal 2008 ad oggi, il PSOE (Partito Socialista Operaio), è riuscito a dimezzare il proprio consenso, dal 44 al 22 percento.

Il sistema europeista, seppur scricchiolante ed eroso da molti lati, continua a stare in piedi; ma chi ha pagato di più in termini di consenso l’ascesa dei movimenti euroscettici e populisti sono i partiti socialdemocratici d’Europa. Dalle consultazioni olandesi di marzo fino alla “vittoria mutilata” di Angela Merkel del 24 settembre in Germania, il declino della sinistra capitalista ha decantato un assordante requiem politico.

Il 15 marzo scorso in Olanda, pur non essendo in corsa per la leadership, il Partito del Lavoro PvDA ha registrato un misero 5,7%, perdendo tre quarti dei propri seggi in parlamento, a vantaggio dei populisti di PVV.

La Caporetto dei socialisti europei è stata la doppia consultazione francese, con la batosta elettorale incassata da un esule Hamon, che ha racimolato soltanto il 6,4% dei consensi al primo turno delle presidenziali. La crisi dei socialisti francesi è stata confermata dalla disfatta delle legislative dello scorso giugno, con una perdita del 90% dei seggi in Parlamento rispetto al 2012.

Oggi assistiamo alla sconfitta del Partito Socialdemocratico tedesco, che proponeva come frontman un politicamente pallido Schulz, che durante un dibattito aveva paragonato se stesso ad un subalterno della Merkel. La sinistra tedesca, pur registrando una discreta flessione in valore assoluto (-5%), ha perso circa un quarto dei propri seggi rispetto al 2013, attestandosi a circa il 20%, il peggior risultato mai ottenuto dal SPD dopo l’unificazione tedesca.

A salvare i numeri, più che la faccia, dei laburisti europei sono stati i britannici che, pur avendo perso le consultazioni contro dei deboli Tories spaccati dal marasma Brexit, sono riusciti a migliorare il proprio posizionamento nella Camera dei Comuni. La variabile in gioco, tuttavia, risiede nella capacità dei Laburisti inglesi di essere diventati “più di sinistra” con l’apporto di Jeremy Corbin, oltre che nelle grandi critiche mosse a Theresa May dopo la serie di attentati che hanno colpito Londra alla vigilia del voto. Gli omologhi continentali soffrono proprio il loro essere poco proletari. La cosiddetta Terza Via , il cui disegno politico sarebbe dovuta essere la conciliazione tra politiche economiche liberiste e socialismo etico e riformismo, detta altresì umanizzazione del capitalismo.

Questi risultati elettorali, in attesa delle elezioni in Austria il mese prossimo, nonché le politiche italiane del 2018, aprono ad una bocciatura della Terza Via nell’Unione Europea. Le ragioni si trovano più che facilmente nella stessa ispirazione politica demagogica operata dalle sinistre socialdemocratiche europee: le sinistre hanno abbandonato il capitale umano per dedicarsi al capitale industriale e finanziario, andando ad annacquare la propria natura popolare con dettami solitamente propri della destra, che oggi invece raccoglie i consensi dei lavoratori delusi e traditi.

È interessante vedere come dall’erosione delle sinistre vadano a guadagnarci i movimenti anti-establishment, che ormai raggiungono la doppia cifra più o meno facilmente in tutta Europa. Le buone prove del Front National, del PVV e di AfD non fanno che confermare una tendenza cui la politica anti-sistema europea guarda con interesse.

L’articolo La crisi delle sinistre europee
aiuta i movimenti anti establishment
 proviene da Gli occhi della guerra.