Per il Premio Nobel Joe Stiglitz l’aumento del divario fra ricchi e poveri non è inevitabile, ma frutto di scelte politiche; lo ha affermato a Bologna, nel corso della Conferenza Internazionale sulle diseguaglianze tenutasi fra il 2 e il 4 novembre. 

La società attuale è sempre più diseguale, assai più di trent’anni fa; una disparità che cresce sempre più rapidamente bloccando l’ascensore sociale, per cui il figlio di una famiglia svantaggiata, anche se brillante, avrà prospettive nettamente peggiori del figlio di una famiglia ricca, anche se mediocre.

Per giustificare la stortura, gli economisti sostenitori del liberismo, la schiacciante maggioranza, hanno sostenuto per molto tempo che in ogni caso i redditi degli individui corrispondono al contributo da essi hanno dato alla società, una marchiana falsità se si considera che nessuno fra coloro che hanno realmente contribuito al suo progresso è fra i più ricchi, ci sono invece quelli che hanno sfruttato le attività altrui, economiche, politiche o commerciali che fossero.

È negli Usa che tale fenomeno è più stridente: negli ultimi 42 anni, il reddito medio al netto dell’inflazione del 90% della popolazione meno ricca è rimasto invariato, mentre quello dell’1% della popolazione più ricca è aumentato di svariate volte. Un fenomeno che ha accomunato in pratica tutti i Paesi, ma con differenze; in alcuni, come Paesi Bassi e Svezia, l’accumulo di ricchezza fra chi era già più ricco è stato più limitato, mentre in Gran Bretagna l’aumento è stato pari che negli Usa.

Joe Stiglitz evidenzia altresì come il lavoratore maschio statunitense medio non solo abbia un reddito bloccato a 42 anni fa, ma per lui sia sempre più difficile ottenere un lavoro ben remunerato; situazione che peggiora per i lavoratori con redditi più bassi, con salari bloccati addirittura a 60 anni fa. Né in Europa si sta molto meglio, con molti Stati, come la Spagna, che hanno adottato politiche di “austerità” a causa delle quali l’attuale salario medio reale è nettamente inferiore a quello di prima della crisi.

Il fatto è che nei cosiddetti Paesi avanzati, negli ultimi decenni è avvenuta una colossale redistribuzione della ricchezza, con una parte sempre crescente intercettata dai ricchi e una classe media costantemente impoverita e sospinta in una fascia della povertà sempre più vasta. Joe Stiglitz fa notare come il “coefficiente di Gini”, che misura la distribuzione del reddito, abbia segnalato un generalizzato aumento della diseguaglianza, tuttavia, in alcuni Paesi, come la Norvegia, esso sia stato assai più contenuto, mentre in altri, per lo più in America Latina (vedi Bolivia, ma anche Brasile), hanno visto diminuire drasticamente le diseguaglianze.

Per Joe Stiglitz quest’ultima evidenza dimostra che pur essendo le tendenze comuni a tutti i Paesi avanzati, i risultati possono essere considerevolmente diversi, e la ragione sta nella diversità delle politiche applicate; in poche parole, dall’analisi dei dati risulta che le diseguaglianze sono maggiori nei Paesi che hanno seguito il modello anglo-americano. Né l’impostazione iperliberista garantisce migliori risultati complessivi, al contrario; la diseguaglianza fa pagare un prezzo assai elevato alla società.

Il reddito è solo una delle caratteristiche della diseguaglianza, altre importanti sono l’accesso alla giustizia e la partecipazione alle decisioni politiche, che non sono affatto identiche per tutti; ma se è difficile quantificare questi gap, è facile misurare la diseguaglianza nella salute e nell’aspettativa di vita, direttamente commisurate alle fasce di reddito, e nelle opportunità. Gli studi sono concordi ad affermare che i Paesi con maggiore disparità di reddito offrono meno mobilità fra le generazioni, ovvero che i figli avranno meno possibilità dei genitori, situazione tipica negli Stati Uniti (malgrado la colossale bugia dell’American Dream), in Gran Bretagna e in Italia.

Per Joe Stiglitz non si tratta di dinamiche ineluttabili, necessariamente legate alle dinamiche di mercato come troppo spesso affermato, esse possono essere facilmente spiegate con le modalità di distribuzione di reddito e della ricchezza.

Rimanendo all’esempio degli Stati Uniti (e dei sistemi ad essi più simili), lì il sistema educativo risente pesantemente delle diseguaglianze nella qualità della formazione e dunque nelle future opportunità; la riduzione della progressività delle imposte sui redditi (ora addirittura regressive) impedisce la redistribuzione di ricchezza e aumenta le diseguaglianze; lo spostamento della remunerazione dal lavoro al capitale, sempre più privilegiato, allarga la forbice fra le classi.

Si potrebbe continuare a lungo perché sono tantissimi gli esempi di un sistema creato per favorire pochi a scapito di tutti gli altri: Joe Stiglitz punta il dito sulla finanziarizzazione dell’economia che, unita all’assenza di regole (unica ammessa la realizzazione del massimo profitto), incentiva le rendite, meglio se monopolistiche, e distrugge l’economia reale, quella che fornisce reddito alla stragrande maggioranza della gente.

Di pari passo al deterioramento del lavoro, s’indebolisce il potere contrattuale dei lavoratori, resi sempre più marginali in una società dove domina la finanza; gli stessi sindacati sono deboli, il più delle volte incapaci d’incidere sulle regole del gioco cambiate a vantaggio di chi sta in alto e a svantaggio di chi sta in basso. Regole del gioco riscritte più volte negli ultimi decenni, sempre in modo d’aumentare le diseguaglianze e indebolire l’economia reale, quella che produce beni e servizi e mantiene la gente.

Joe Stiglitz fa notare che questi processi hanno determinato un enorme divario fra ricchezza prodotta e remunerazioni da lavoro; fino alla metà egli anni Settanta produttività e remunerazione si muovevano di pari passo, poi ancora una volta sono cambiate le regole del gioco a favore di alcuni e a danno di molti, aprendo una forbice crescente fra produttività e lavoro, con quest’ultimo sempre più spinto al margine. Una deriva che sembra inarrestabile, in nome di un mercato ormai privo di regole.

Per Joe Stiglitz si tratta di riscrivere le regole dell’economia spazzate via dall’avidità, di ridurre il potere del mercato e dei monopoli, l’esclusione e la discriminazione; si tratta di diminuire la trasmissione fra le generazioni dei vantaggi acquisiti, soprattutto del capitale finanziario, migliorando l’istruzione pubblica, aumentando la tassazione sull’eredità e introducendo una progressività maggiore nelle imposte sul reddito, per redistribuire la ricchezza nella società.

Joe Stiglitz sottolinea come non sia affatto un caso che il Sistema abbia oggi le “non regole” attuali, perché agli interessi forti piace così; facendo riferimento agli Usa ricorda come abbia detto che avevano il Governo dell’1%, per l’1%, fatto dall’1%, e ancora che essi sono passati da una democrazia di una persona-un voto, ad una un dollaro-un voto.

Sia come sia, le politiche sin qui perseguite dall’economia liberista sono state svantaggiose per l’economia nel suo complesso e stanno creando crescenti diseguaglianze: in poche parole, creano pochissimi vincitori e tanti vinti.

di Salvo Ardizzone

via Il Faro sul Mondo