Prof. James Petras, Global Research, 2 aprile 2018

I presidenti degli Stati Uniti, i capi europei e i loro portavoce accademici hanno attribuito le crescenti quote di mercato, il surplus commerciale e il potere tecnologico della Cina a un suo “furto” di tecnologia occidentale, commercio “sleale” e non reciproco e a pratiche d’investimento restrittive. Il presidente Trump ha lanciato una “guerra commerciale”, innalzando rigidi dazi, in particolare sulle esportazioni cinesi, perseguendo un regime economico protezionistico. I sinofobi occidentali ignorano lo sviluppo degli ultimi duecentocinquanta anni, a cominciare dalla politica post-rivoluzionaria degli Stati Uniti di protezione delle “industrie nascenti”. In questo articolo criticheremo il modello sottostante all’attuale attacco occidentale alla Cina. Passeremo quindi a delineare l’esperienza dei Paesi che uscirono dall’arretratezza industrializzando le proprie economie.

Sviluppo in prospettiva storica
Gli ideologi occidentali affermano che le “economie arretrate” dovrebbero seguire uno sviluppo originariamente deciso dai Paesi vincenti, cioè il Regno Unito. Sostenevano che le “fasi di sviluppo” iniziavano abbracciando le politiche liberali del libero mercato, specializzandosi nei “vantaggi comparati”, cioè esportando materie prime. La “modernizzazione” economica avrebbe condotto, tappa dopo tappa, a una società matura ad alto consumo. I sostenitori della teoria della fase liberale dominavano i dipartimenti economici delle principali università statunitensi e pianificavano la strategia sostenuta dai responsabili politici statunitensi. Dall’inizio, storici economici dissenzienti evidenziarono gravi anomalie. Ad esempio, i “primi sviluppatori” come il Regno Unito, si garantirono vantaggi commerciali prodotti da un impero mondiale che costrinse le colonie ad esportare materie prime in condizioni commerciali sfavorevoli, un vantaggio che mancava ai “Paesi successivi”. In secondo luogo, gli Stati Uniti post-rivoluzionari guidati dal segretario al Tesoro Alexander Hamilton promossero con successo politiche industriali protezionistiche per proteggere le “industrie nascenti” statunitensi dall’impero inglese dominante. La guerra civile americana fu combattuta precisamente per impedire ai proprietari di piantagioni di collegare le loro esportazioni ai liberisti e liberali produttori inglesi. A metà del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, Paesi in via di sviluppo come Germania, Giappone e Russia sovietica respinsero l’ideologia del libero scambio e dei mercati aperti a favore dell’industrializzazione protetta centrata sullo Stato. Riuscirono a superare l’arretratezza, a competere e a superare i “primi sviluppatori” come il Regno Unito. Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, dopo tentativi infruttuosi di seguire il modello del “mercato libero occidentale”, Corea del Sud, Taiwan e Malaysia perseguirono con successo modelli di sviluppo statalisti e protezionistici per l’esportazione. Regioni e Paesi che seguivano politiche occidentali di libero mercato specializzate in esportazioni di beni primari come America Latina, Africa, Medio Oriente e Filippine, non uscirono da stagnazione ed arretratezza. Un importante storico dell’economia, Alexander Gerschenkron, sostenne che l’arretratezza economica diede ai Paesi emergenti determinati vantaggi strategici che comportarono la sistematica sostituzione delle importazioni con le industrie nazionali, portando a una crescita dinamica e successivamente a strategie di esportazione competitive. (Arretratezza economica in prospettiva storica: un libro di saggi)
I Paesi dallo sviluppo successivo di successo presero in prestito ed acquisirono le ultime tecniche produttive mentre l’industrializzatore sviluppatosi per primo rimase ai metodi di produzione obsoleti. In altre parole, i Paesi in via di sviluppo, guidati dallo Stato, “saltarono” le fasi di crescita e superarono i concorrenti. La Cina è un superbo esempio del modello di Gerschenkron. Attraverso l’intervento statale, ha superato i vincoli imposti dai controlli monopolistici dei Paesi imperialisti e progredì rapidamente prendendo a prestito tecnologie ed innovazioni più avanzate per poi passare a diventare il creatore più attivo di brevetti avanzati del mondo. Nel 2017 la Cina ha superato gli Stati Uniti depositando 225 brevetti mentre gli Stati Uniti rimasero a 91 (FT 3/16/18 p. 13). Un eccellente esempio dei progressi della Cina nell’innovazione tecnologica è il Gruppo Huawei, che nel 2017 spese 13,8 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo e prevede di aumentarne il budget annuale a 20 miliardi di dollari. Le aziende cinesi guideranno la definizione di standard nelle tecnologie di prossima generazione, incluso il networking (FT 3/31/18 p 12). Il ricorso di Washington all’esclusione della Cina dai mercati degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la Cina che “ruba” brevetti e segreti statunitensi, tutto ciò riguarda la spesa per la ricerca di Huawei attraendo talenti, tecnologia, attrezzature e partnership internazionali. La sinofobia protezionista della Casa Bianca è guidata dalla paura dei progressi cinesi nelle reti informatiche ad alta velocità di quinta generazione, che minano la capacità degli Stati Uniti di competere nelle tecnologie d’avanguardia. L’eccellenza competitiva della Cina è il risultato della sistematica sostituzione statale della tecnologia avanzata, permettendo all’economia di liberalizzarsi gradualmente e superare gli Stati Uniti nei mercati nazionali e globali. La Cina ha seguito e superato l’esempio dei precedenti Paesi dallo sviluppo ritardato (Germania e Giappone), combinando crescita delle esportazioni industriali avanzate, come settore trainante, con un settore agricolo relativamente arretrato che forniva manodopera e generi alimentari a basso costo. La Cina ora sale la scala dello sviluppo, approfondendo il mercato interno, facendo avanzare il settore ad alta tecnologia e riducendo gradualmente l’importanza delle industrie di fascia bassa e della ruggine.

Le economie piagnucolanti tornano al protezionismo
L’incapacità statunitense di competere con la Cina e il conseguente deficit commerciale derivano dall’incapacità di adottare nuove tecnologie, applicarle alla produzione civile nazionale, aumentare il reddito e migliorare e rafforzare la manodopera nei settori competitivi che potrebbero difendere il mercato interno. Lo Stato ha ceduto il suo ruolo di leader alle élite finanziarie e militari che hanno eroso la competitività industriale statunitense. Inoltre, a differenza della Cina, lo Stato non è riuscito a dare una leadership nell’individuare obiettivi prioritari compatibili con l’intensificarsi della concorrenza dalla Cina. Mentre la Cina esporta prodotti economici, gli Stati Uniti esportano armi e guerre. Gli Stati Uniti hanno un surplus nell’esportazione di armi e un crescente deficit commerciale. La Cina ha investimenti infrastrutturali miliardari in oltre cinquanta Paesi aumentando il surplus commerciale. Gli Stati Uniti hanno spese miliardarie su oltre 800 basi militari all’estero.

Conclusione
L’accusa statunitense che la Cina emerge come potenza economica mondiale grazie a commercio sleale e furto della tecnologia statunitense, ignora la storia di tutti i Paesi dallo sviluppo ritardato, a cominciare dall’ascesa degli USA e dall’eclissi del Regno Unito nel XIX secolo. Gli Stati Uniti tentano di riportare indietro il tempo, alla fase in cui il protezionismo non aumenta la competitività degli Stati Uniti né la loro quota di mercato interno. Il protezionismo degli Stati Uniti si tradurrà semplicemente in prezzi più alti, manodopera non qualificata, debiti bellici e monopoli finanziari. Una “guerra commerciale” degli Stati Uniti consentirà semplicemente allo Stato cinese di deviare il commercio cogli Stati Uniti su altri mercati e reindirizzare gli investimenti approfondendo l’economia nazionale, aumentando i legami con Russia, Asia, Africa, America Latina e Oceania. Il “gioco dell’accusa” degli Stati Uniti alla Cina è mal riposto. Invece dovrebbero riesaminare la propria dipendenza da un’economia liberista senza piani né ragioni. Il ricorso ai dazi aumenterà i costi senza aumentare le entrate ed innovare. L’attuale protezionismo degli Stati Uniti rimane “sul nascere”. La Casa Bianca ha già declassato i dazi contro i concorrenti. Inoltre i dazi per 60 miliardi di dollari contro la Cina ne colpiscono meno del 3% delle esportazioni. Invece di cercare di accusare concorrenti esteri come la Cina, sarebbe più saggio imparare dalla sua esperienza e assorbirne i progressi tecnologici ed investimenti strategici nelle infrastrutture e nei consumi interni. Fin quando gli Stati Uniti non ridurranno le spese militari di due terzi e subordineranno il settore finanziario ad industria e mercato interno, continueranno a rimanere indietro rispetto la Cina. Invece di tornare alla strategia dei Paesi arretrati che si affidano alla protezione delle industrie nascenti, gli Stati Uniti dovrebbero accettare le proprie responsabilità competendo con lo sviluppo diretto dallo Stato migliorando la propria forza lavoro, le competenze e l’espansione del benessere sociale.

Il Prof. James Petras è un ricercatore associato del Center for Research on Globalization.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora