La storia del sistema pensionistico italiano, qui inteso in senso molto ampio, rappresenta la cartina tornasole dell’attuale sfacelo economico e sociale – nonché giuridico – in cui è piombata oramai inesorabilmente la nostra Nazione.

Risparmiando i vari tecnicismi, possiamo affermare che l’istituzione di un moderno sistema pensionistico è stata una delle misure sociali più importanti di welfare. Con essa, infatti, si è riusciti a garantire una vita decorosa ad una quantità indefinita di soggetti, per qualsiasi ragione in situazione di difficoltà.

Una funzione la cui estrema importanza era ben conosciuta anche ai redattori della nostra attuale Carta Costituzionale, tanto che all’art. 38 Cost. sancirono i principi per i quali “… I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.… Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato … “.

Così facendo, coloro che scrissero la Legge Fondamentale giunsero alla chiusura ideale di un ciclo iniziato con la fondazione della Cassa Nazionale di Previdenza per l’Invalidità e la Vecchiaia degli operai e perseguito poi, con indubbi meriti che devono essere riconosciuti, dal fascismo. Processo di conquiste e di tutela concreta che raggiungerà il suo apice finale nel 1969 con l’introduzione della pensione sociale.

Da lì in poi sarà il diluvio, volendo parafrasare la celebre frase pronunciata da Luigi XV sul proprio letto di morte. Per il sistema pensionistico italiano inizia un declino inarrestabile, nonostante avesse fino ad allora contribuito con le sue elargizioni a rendere la vita dignitosa a moltissimi italiani bisognosi.
Declino che, storicamente, avvenne – e non è una casualità – con l’avvento sempre più forte delle politiche liberali e liberiste in Italia e l’abbandono del campo delle lotte sociali effettuato dal PCI.

Di tutto questo fecero le spese anche altre misure sociali fondamentali, oltre al nostro sistema pensionistico. Basti pensare all’abolizione della scala mobile. Nello specifico, per le “pensioni” il baratro è rappresentato dalla legge Fornero del 2012, falsamente spacciata come ancora di salvezza per i conti pubblici. I risultati di quel provvedimento normativo sono noti a tutti: alzamento di età pensionabile a cui non corrisponde, peraltro, un adeguamento del trattamento pensionistico con creazione di centinaia di migliaia di esodati.

Un risultato disastroso per la collettività senza contare gli effetti distorsivi in campo di “turn-over” generazionale. Ma la triste involuzione del sistema pensionistico italiano non è ancora terminata. L’infausta legge Fornero, tra le altre cose, aveva stabilito il blocco della perequazione delle pensioni.
Blocco che, tuttavia, la Corte Costituzionale si era in un primo tempo preoccupata di bocciare su specifico ricorso, disponendo altresì a carico del Governo il ripristino della situazione precedente.

Il Governo, disattendendo la sentenza della Corte (cosa di per sé già gravissima in termini di sistema), ha solamente ristretto la platea dei pensionati che si vedevano non rivalutata il proprio trattamento pensionato. Da qui un nuovo contenzioso costituzionale nel quale, tuttavia, del tutto inopinatamente, è stato dichiarato legittimo il nuovo blocco della perequazione delle pensioni. Legittimità derivante, secondo la decisione la Corte, dalla necessità di tutelare la stabilità e la tenuta di conti pubblici.

In altre parole, per concludere, si è affermato ancora una volta – come tanti politici e dirigenti industriali italiani e stranieri – che le supposte esigenze inafferrabili dei mercati, dei bilanci, e dell’economia vengono prima dei diritti del popolo e degli istituti preposti alla loro tutela.

(di Manuele Serventi Merlo) – Oltre la Linea