Fascisti e antifascisti: la guerra delle parole (e non solo)

di Marco Grosso

Una guerra civile e culturale che prosegue ormai come una pantomima del passato, come se nulla poi fosse accaduto nella storia di questo paese e nel mondo, come se i drammatici e complessi problemi che oggi ci attanagliano potessero ancora essere affrontati e risolti con gli apparati linguistico-concettuali del secolo scorso e con le rigide opposizioni novecentesche tra Fascismo e Comunismo, tra Fascismo e Anti-fascismo.

In diversi ambiti politico-culturali della Destra italiana il fondo è stato toccato quando si è arrivati a minimizzare, tacere – e in qualche caso perfino giustificare – l’ondata di solidarietà che moltissima gente “normale” ha tributato (per strada e sui social) al folle atto di rappresaglia terrorista e razzista di Luca Traini avallando in questo modo l’indecente strumentalizzazione politico-elettorale dell’orrendo massacro della povera Pamela per mano di uno o più nigeriani. In diversi ambiti politico-culturali della Sinistra italiana il fondo è stato toccato con i silenzi o le timide condanne riguardo alle insensate aggressioni portate da alcune frange antagoniste contro esponenti (in qualche caso anche inermi) delle Forze di Polizia, all’utilizzo di bombe carta imbottite di chiodi, a certi indegni cori inneggianti alle Foibe, alle spedizioni in stile squadrista al grido di “staniamo Di Stefano”.

Ora è chiaro che questo “clima da anni 70” venga creato e alimentato fuori tempo massimo da entrambi i fronti, specularmente e strumentalmente. Speculari mi sembrano gli atteggiamenti di entrambi sul modo di distorcere le critiche e le obiezioni del fronte opposto : di fatti se è vero che esiste una deprecabile e ideologica tendenza in ambito “progressista” ad etichettare immediatamente come “Fascismo/Razzismo/ Oscurantismo” ogni espressione di dissenso (anche ragionata e argomentata) verso gli assunti sempre più dogmatici e “politicamente corretti” della imperante super-ideologia “Liberal” è altrettanto vero che questa tendenza corrisponda, in tutti gli ambiti della Destra e del Centrodestra italiani, a quella di sminuire o negare l’esistenza stessa di un (ri) sentimento razzista, neofascista, criptofascista, filofascista che non è affatto irrilevante o marginale come si sostiene ma di fatto serpeggia, prolifera e attecchisce nella pancia del Paese (chiunque di noi può constatarlo sui social, per strada, nei bar, nelle scuole, etc).

È ovvio che non si tratta del Fascismo storicamente datato e contestualizzato estintosi nel secolo scorso con la sconfitta del fronte nazifascista e la dissoluzione della Repubblica di Salò ma di quelle pulsioni, quegli atteggiamenti, quelle categorie e rivendicazioni di (oggettiva) derivazione fascista, che vanno a riattingere acqua (imputridita) a quei mulini diroccati della storia. A questo riguardo sbagliano quelli che, da Destra ma anche da una certa Sinistra “rossobrunista” , ripetono che “l’antifascismo oggi non ha ragion d’essere in assenza di Fascismo” sia perché riducono il Fascismo ad un regime politico del passato – quando esso è anzitutto un’ideologia tutt’altro che sepolta, una forma mentis che tende a rigenerarsi in determinate condizioni storicosociali – sia perché la vera ragione per cui l’antifascismo oggi dovrebbe essere messo in questione non è quella addotta da coloro che sostengono questa tesi (proverò a spiegarlo nei passaggi successivi). Se dunque a Destra si continua ad ignorare (più o meno intenzionalmente) questa distinzione concettuale tra l’inattualità del Fascismo storico e l’attualità di quello culturale, di contro, in molti ambienti politico-culturali di Sinistra, si continua ad intendere contraddittoriamente l’anti-fascismo come una reazione fascistoide a quei rigurgiti fascisti (non solo ricorrendo alla violenza fisica ma anche continuando ad appellarsi ad un discutibile “reato di opinione” ).

La verità è che in questo Paese si è consolidato ormai uno sterile meccanismo dialettico-speculare tra Destre e Sinistre per cui da un lato qualsiasi critica alle “bandierine ideologiche” di Destra viene automaticamente e immediatamente etichettato dalle Destre stesse come critica “comunista / buonista / radical chic / politically correct” e, dall’altro lato, qualsiasi critica alle “bandierine ideologiche” liberal e progressiste viene ormai automaticamente e immediatamente tacciato dalle Sinistre stesse di “fascismo – oscurantismo – razzismo” . In questo modo filo-fascisti e anti-fascisti restano prigionieri di uno stesso “gioco delle parti” che li fomenta e li rafforza reciprocamente e che miete alla fine una sola vittima : il pensiero libero, critico, complesso.

L’autocritica che a mio parere urge nel campo antifascista non può limitarsi alla scelta di isolare le frange estremiste e violente ma dovrebbe andare più a fondo e mettere in questione la natura stessa di una battaglia puramente “anti-fascista”. Questa battaglia, già nei termini linguistici in cui si si esprime, non dovrebbe a mio parere essere ripensata per assenza di un nemico (il neofascismo) ma perché continuando a porsi univocamente, riduttivamente e reattivamente come anti-fascista è diventata ideologicamente speculare alla logica del suo nemico. L’ideale antifascista (che rimane a fondamento stesso della nostra Costituzione repubblicana e democratica) dovrebbe finalmente diventare adulto e maturare una volta per tutte nel più universale, libero, coerente e radicale ideale anti-totalitarista (che comprenda in sé tutti i totalitarismi da quello nazifascista a quello dei regimi comunisti al più subdolo totalitarismo neoliberista).

Così facendo l’antitotalitarismo sarebbe davvero una fonte purissima di pensiero (auto)critico e plurale, una forza operante per la pacificazione nazionale e ci spingerebbe a combattere tutti insieme per una prospettiva di “democrazia sostanziale” nel solco di un pensiero e di un conseguente programma politico che sia davvero post-ideologico e lo sia non in quanto aridamente pragmatistico- tecnicistico e neppure in quanto banalmente populistico-qualunquistico ma in quanto autenticamente critico e libero dagli schemi prescritti e prescrittivi di ogni appartenenza ideologica.

Concludendo: ci vogliamo rendere conto o no che questo “giochino” dialettico degli opposti (spesso degradato a mera tifoseria) è sempre più sterile, retorico, pericoloso o preferiamo continuare così, ad oltranza e ad infinitum, come se non ci fosse un domani che arriva, un presente che urge e un passato che insegna?

A Destra come a Sinistra sarebbe forse ora di lasciare “che i morti seppelliscano i loro morti” senza però rassegnarsi al finto ” nuovo che avanza” che rottama solo se stesso, né alle indigeste poltiglie qualunquiste e tantomeno a certe “mummie” già decomposte che si rifanno una “faccia” elettorale a colpi di Botox e di amnesie collettive.

via Informare per Resistere