L’”enfant prodige” creato in provetta da Bruxelles, Emmanuel Macron, ha dominato più per i demeriti dell’avversario che per le proprie capacità. Marine Le Pen, infatti, ha perso la grande occasione al dibattito pre-secondo turno, sciorinando attacchi personali fini a sé stessi che hanno tolto spazio ad una spiegazione chiara dei punti del programma elettorale che le avrebbe, probabilmente, aumentato le chance di varcare la soglia dell’Eliseo.

Molti francesi, pur di non trovarsi una “fascista” alla presidenza, hanno seguito la filosofia montanelliana del “turarsi il naso” e del “meno peggio”, che in questo caso è stato sicuramente rappresentato dagli inevitabili sintomi quali la leader del Front National, non dalla malattia ormai incancrenita della quale il figliol prodigo dell’establishment si fa fiero portavoce e garante dei peggiori interessi.

Se la sinistra in Europa avesse preso esempio da Jean-Luc Melenchon, evitando di sostituire l’internazionalismo proletario con il liberismo globalista e la lotta di classe con un simulacro di antifascismo per difendere lo status quo della globalizzazione, oggi Macron sarebbe famoso più che altro per la sua gerontofilia e la recita scolastica dove si innamorò della sua futura moglie.

I giubili dei suoi seguaci sono, quindi, anacronistici, ridicoli ed autoreferenziali; dietro lo specchio di aver allontanato il “populismo brutto e cattivo”, infatti, non c’è null’altro salvo l’austerity, il taglio alla spesa pubblica, l’aver mantenuto in piedi per un altro paio di anni un baraccone senza futuro politico alcuno. E diciamolo pure, perfino distante anni luce dalle idee espresse dai tanto esaltati Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni a Ventotene.

Lo sfoggio senza ritegno delle bandiere dei “ribelli moderati”, ieri al Louvre, non sono una casualità; Emmanuel Macron è uno degli allievi prediletti di Bernard-Henri Lévy, vero e proprio ascaro dell’imperialismo USA e punto di riferimento dell’intellettualismo atlantista.

Fu quest’ultimo, infatti, a convincere Nicolas Sarkozy a bombardare la Libia di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, così come a contribuire ad aizzare la follia russofoba degli estremisti di Svoboda e Pravy Sektor in piazza Maidan nel 2014, oltre che a spingere per un intervento militare contro il governo siriano già dagli albori della “rivoluzione”, paragonando i fatti accaduti a Daara e Homs a quelli di Bengasi senza citare, ovviamente, i 250 funzionari di sicurezza uccisi dai “moderati” durante le cosiddette “pacifiche manifestazioni”.

“Non sono d’accordo con coloro che vogliono arrivare a patti con lui. Bashar al-Assad è un politico fallito. Serve un intervento militare ai suoi danni che porti ad una soluzione politica e diplomatica in Siria,” è l’opinione del leader di En Marche dopo i fatti poco chiari di Khan Sheikhoun.

Che dire, gli insegnamenti sociopatici e guerrafondai sembra averli imparati bene. Inutile negarlo; i francesi hanno scelto il male assoluto. Non ci resta che sperare nella protesta e nel grido degli ultimi; le mobilitazioni di massa contro il Loi Travail – importato dalla Germania (Hartz IV) che già lo aveva esportato in Italia (Jobs Act) – e le sue logiche schiaviste sono solo piccole fiammelle in un enorme incendio destinato a divampare.

(di Davide Pellegrino) – Oltre la Linea