DIFENDERE LA SOVRANITA’ DALLA FINANZA, NON DAI POPOLI

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Non sono spagnolo e dunque non ho titolo per entrare, da “tifoso”, nel braccio di ferro tra Barcellona e Madrid. Non ce l’ho io, ma non ce l’ha nessuno. Credo infatti che relativizzare il diritto, di per sé assoluto, all’auto-determinazione dei popoli sia una disastrosa consuetudine del mondo occidentale che peraltro, sostenendo nazionalismi e separatismi in funzione variabile dei propri interessi invece che dei propri principi, ha ottenuto il solo effetto di rendere un po’ meno simpatiche le democrazie e un po’ meno antipatici gli Stati “canaglia”.

Fatta questa premessa, devo dire che l’elemento politico per me più interessante, nella vicenda dello scontro istituzionale spagnolo, sta nella curiosa attitudine del Governo Rajoy – ma comune ormai a tutti i governi filo-liberisti dell’Unione – ad una difesa della sovranità nazionale a corrente alternata. Le minacce all’autorità statuale che provengono dall’alto, infatti, vengono generalmente ignorate mentre quelle che provengono dal basso, che diano voce a sentimenti autonomisti o che aggreghino il dissenso popolare intorno a questioni particolari (decreto vaccini, salva-banche, Ttip, Tav, Tap…) – vengono tendenzialmente drammatizzate e represse. Provo a spiegarmi meglio.

Di fronte alla pressione del popolo catalano, il Governo spagnolo oppone la “forza della legge” e reagisce all’attacco effettivamente portato dal referendum indipendentista al dettato costituzionale con la brutalità dei manganelli. Attenzione: il ricorso alla violenza è perciò giustificato dalla sacralità giuridica e politica di ciò che si afferma di voler proteggere. Noto però che quando la minaccia ai principi costituzionali era venuta dall’alto, il governo spagnolo, così come la maggioranza dei governi europei, aveva risposto con tutt’altra fermezza.

Mi riferisco ovviamente alle pressioni che le elite finanziarie mondiali, nello sforzo di preparare il terreno alla globalizzazione, hanno esercitato in questi anni sugli Stati-maiale (Piigs – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), utilizzando senza risparmio un micidiale arsenale fatto di armi non-convenzionali come il controllo del rating, la manipolazione dello spread e la gestione mirata del “nervosismo” delle borse.

Pensate a tutto ciò che noi maiali abbiamo lasciato accadesse in nome della “serenità dei mercati”. Abbiamo accettato che il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona venisse ripetuto fino all’esito desiderato (la vittoria dei “no” nel 2008 ribaltata dalla vittoria dei “sì” nella “rivincita” del 2009). Abbiamo consentito che l’esito del referendum greco sull’accordo-capestro con la Trojka (5 luglio 2005, prevalenza dei “no” al 61%) fosse cancellato con un tratto di penna da un governo sotto ricatto. Abbiamo tollerato che la campagna elettorale del referendum costituzionale italiano, come del resto quella della Brexit, fosse inquinate dal ridicolo catastrofismo delle banche d’affari. Abbiamo assistito, inermi e silenziosi, all’operazione con cui la Bce, nel 2011, ha ottenuto la sostituzione di un governo politico con un governo tecnico. Dopodiché, per il buon funzionamento del mercato, abbiamo digerito provvedimenti di natura ri-educativa come la legge Fornero e il Jobs Act e persino la surrettizia abrogazione della tutela costituzionale del risparmio contenuta nella nuova regola del bail in. E’ sempre per la tutela dei mercati, infine, che tutti i sabotaggi del nostro diritto nazionale nascosti in accordi internazionali di libero scambio come Ceta e Ttip ci devono essere tenuti nascosti fino al fatto compiuto…

Ebbene, di fronte alla violenza conclamata degli attacchi che le elite finanziarie hanno sferrato al cuore delle costituzioni nazionali, nessuno dei nostri governi ha mai opposto il principio della sovranità e tanto meno ha avuto l’ardire di esercitare, usando l’espressione di Rajoy, la “forza della legge”. Tutti, senza esclusione alcuna, si sono lasciati ammanettare dalla “mano invisibile” del mercato, consegnandoci come prede indifese alla giungla darwiniana della globablizzazione. Ecco perché questo improvviso ardore per la sovranità non restituisce il profumo dell’ideale riscoperto, ma il puzzo dell’ipocrisia.

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L’ambiguità, in effetti, è tutta nel campo della politica, non certo in quello della finanza per la quale lo Stato, coi suoi confini, il suo diritto e, laddove ancora vi fosse, la sua moneta, è un’entità di chiaro intralcio nel percorso di costruzione del nuovo ordine neo-liberista. Prendiamo ad esempio Mario Draghi, il governatore della Bce. Ad uno come lui non sono certo imputabili doppiezze. Draghi infatti è sempre stato alquanto schietto nel sollecitare i governi ad ulteriori cessioni di sovranità e le sue drastiche affermazioni sull’impossibilità, per chiunque, di sottrarsi all’euro e al “pilota automatico delle riforme” hanno entusiasmato gli operatori di mercato. Contemporaneamente, però, io penso che avrebbero anche dovuto sollecitare una decisa reazione nella politica, quantomeno in quella politica che davvero interpretasse come proprio dovere la severa custodia della sovranità, nazionale e popolare.

Ecco perché la Spagna di Rajoy, che i veterinari del neo-liberismo continuano ad additare agli altri Paesi-maiale come il paziente modello, non può giustificarsi con la “forza della legge”. La sovranità nazionale era lo scudo con il quale i governi europei avrebbero potuto difendere i loro popoli dagli attacchi della finanza. Non l’ha usato nessuno. E chi ora pensa di poter brandire proprio questo scudo, come uno sfollagente, sul dissenso popolare non fa che aggiungere orrore ad errore.

Alessandro Montanari

via Interesse Nazionale

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