Partiamo chiarendo un concetto: il veto imposto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia è costituzionalmente legittimo.

Il discorso da aprirsi non è dunque di natura prettamente giuridica, o almeno non lo è del tutto: il fatto, comunque interessante da valutare, ha rilevanza solo per quanto riguarda i bilanciamenti tra le varie norme costituzionali. Assume, invece, ancor più importanza, se visto dal punto di vista della lealtà politica e del rispetto sostanziale della democrazia.

È vero, i ministri, secondo la nostra Carta Costituzionale, vengono solamente proposti dal presidente del Consiglio. Il potere di nomina sorge, infatti, in capo al presidente della Repubblica che ha dunque il potere di accogliere o meno la proposta. È uno dei tanti argini che la nostra fonte giuridica per eccellenza, tutto tranne che “la più bella del mondo” (ndr), pone al potere d’azione dei governi.

La situazione creatasi però, in seguito alla formazione del governo “giallo-verde”, desta un certo imbarazzo. Sul piano sostanziale appare infatti, una folle ingerenza quella di Mattarella che respinge una nomina non in base ad un curriculum inadeguato o alla scoperta di qualche particolare macchia o motivo ostativo, ma solo ed esclusivamente in base ad una diversa visione politica.

Val la pena ricordare, dunque, al presidente e a certa stampa smemorata, che il potere di indirizzo politico (persino per la nostra Costituzione) spetta, Deo Gratias, al governo, espressione di maggioranza di un Parlamento legittimamente eletto dal popolo italiano. Pare dunque assolutamente fuori luogo la posizione del presidente, sempre più fermamente avverso alla nomina di un ministro che ha la sola colpa di aver troppo spesso criticato le istituzioni europee.

Come discutibile è la posizione di chi ne sostiene le ragioni, lamentando l’incostituzionalità di un governo euroscettico. Sebbene sia previsto infatti, nel dettato costituzionale, il rispetto dei trattati e, sebbene sia stata più volte stabilita la loro prevalenza sul diritto nazionale, nulla impone che questi trattati non possano, in base alle norme degli stessi, essere rivisti o, nel caso specifico dell’UE, che sia possibile un recesso unilaterale del nostro Paese dall’Unione (ex art. 50 TUE).

Insomma sul punto, per nulla chiaro, sarebbe il caso che tra i costituzionalisti si aprisse un dibattito e, se dovesse risultare prevalente la visione dell’incostituzionalità paventata da qualcuno, specie De Siervo (che ha tirato in ballo addirittura la “tutela del risparmio”), sarebbe comunque il caso di chiedersi quanto democratico sia questo passaggio.

La giurisprudenza, specie quella costituzionale, è un intricatissimo labirinto fatto di comparazione e di scelte. Attenzione dunque, e una discussione sarebbe necessaria anche su questo, a che il rispetto della norma sulla nomina presidenziale dei ministri non vada a ledere quella che statuisce il potere di indirizzo politico in capo ai governi. Se questo dovesse avvenire si entrerebbe in un terreno molto scivoloso: quello in un capo dello Stato ha la possibilità di abbandonare il suo ruolo super partes e tenere in ostaggio il popolo a causa una sua visione politica. Non l’euroscetticismo ma questo, semmai dovesse verificarsi, sarebbe un vero attentato ai principi costituzionali.

Venendo al risvolto politico della faccenda, l’ostinato rifiuto di Mattarella, che segue ad altre discutibili affermazioni, altro non fanno che mostrare un sistema (quello europeista) che arranca ed è costretto all’ostruzionismo della legalità formale. Tutto fieno in cascina, intendiamoci, per gli stessi euroscettici a cui viene regalato il ruolo di “osteggiati dal sistema” e che, così stando le cose, non possono che aumentare sempre più i consensi. L’elezione di Trump, la Brexit e, perché no, vent’anni di Berlusconismo, a certa gente, non hanno evidentemente insegnato nulla.

(di Simone De Rosa) – Oltre la Linea